Riconsegnate il cibo a chi…ha fame di raccontarlo. La comunicazione food oggi

06/07/2017

di Alessandra Favaro

Riconsegnate il cibo a chi ha fame: di raccontarlo, di notizie, di sapere, immagazzinare esperienze, di comunicare storie e informazioni, di imparare cose nuove, di approfondire tematiche, di fornire spunti critici, di valorizzare realtà anche poco conosciute. 

Potrebbe essere questa una risposta più idonea a una polemica che sta attraversando il web in questi giorni e che vede contrapposti due mondi: giornalisti e blogger. Tutto è nato da un articolo di un magazine che puntava il dito contro la categoria dei blogger accusata di “allungare i tentacoli” nel mondo del food fino a sminuirlo. Dall’altra parte, la schiera dei giornalisti che “lavorano alla ricerca della verità” avevano vita difficile.

Non si è fatta aspettare la replica di una delle community di food blogger più influenti, iFood ( LINK https://www.ifood.it), che in un post dai toni decisi, spiega: “ci sono giornalisti e giornalisti, e…foodblogger e foodblogger. In America ad esempio, dove la nuova possibilità di espressione, di lavoro, di divertimento e di formazione che internet ha concesso a tutti in maniera assolutamente democratica, il foodblogger è una figura professionale riconosciuta a  tutti gli effetti. Non per questo sono spariti i giornalisti in America. Il nuovo che avanza non deve spaventare il vecchio. Ma questa è più attitudine italica che ben conosciamo, laddove i nostri meravigliosi giovani fanno fatica a farsi spazio proprio per questo motivo.

Riconsegnate il cibo a chi…ha fame di raccontarlo. La comunicazione food oggi

Nel comunicato, Monica Zacchia (nella foto) che lavora al Tg5 fin dal 1992 anno in cui venne fondato da Enrico Mentana, Clemente Mimun e Lamberto Sposini: “Sono sicura inoltre che le penne d’oro  come Luigi Veronelli e Mario Soldati, i quali certamente non necessitano di alcuno che alzi la voce in loro difesa, se avessero conosciuto dei foodblogger non li avrebbero mai temuti, ma si sarebbero incuriositi del loro mondo della loro passione e attitudine alla conoscenza e alla sacralità del cibo, chiedendo magari ad una cena di sedersi vicino a loro più che non a illustri colleghi giornalisti. Se non altro perché la curiosità e non il giudizio appartiene ai grandi uomini, prima che grandi giornalisti”.

D’altronde, la polemica non è nuova e torna ciclicamente, senza fare passi avanti però. Periodicamente c’è chi punta il dito contro blogger, instagramers, influencer, per “rubare” il lavoro e rovinare il campo al giornalismo. E’ davvero così?

Non proprio: innanzitutto, perchè blogger, influencer e giornalista non sono sinonimi, ma parole e ruoli diversi. Blogger e influencer possono essere passatempi, passioni, e diventare anche mestieri, o servire da trampolino per lavorare nel mondo della comunicazione digital. 

Il giornalista è invece un mestiere, che dovrebbe essere tutelato (non sempre lo è) e regolamentato da un albo professionale, con codici e una deontologia da rispettare. Un mestiere che, con la crisi della carta stampata e il trasformarsi delle forme di espressione, ha subito un duro colpo, ed è sempre più malpagato, precario e poco tutelato. Secondo l’Osservatorio sul giornalismo 2017 dell'Agcom nel 2015 il 40% dei giornalisti attivi era situato nella fascia di reddito con meno di 5.000 euro da attività professionale. Oltre la metà (55%) percepivano meno di 20 mila euro. Il reddito medio di un giornalista può essere sensibilmente differente per una categoria che conta circa 35.600 professionisti attivi. E trovare pubblicità, fondi, editori disposti a investire e un pubblico disposto a pagare per l’informazione è sempre più difficile. In questo panorama, a volte altre figure, come il blogger vengono viste come minaccia e concorrenza sleale, dipinti come “scrocconi” senza senso critico e conoscenze, dimenticandosi troppo spesso che anche la categoria del giornalismo ha i suoi rappresentanti poco lusinghieri. 

Si spacciavano per giornalisti e per tirolari di fantomatici portali web i membri del Club della Tartina che frequentavano vernissage ed eventi a Milano per “scroccare” cene e regali. Alcuni sono stati beccati, ma gli addetti ai lavori temono non sia finita qua.

Insomma, il dibattito, se portato avanti per luoghi comuni, non porterà mai da nessuna parte.  Torna periodicamente, attaccando a volte i blogger di viaggio, altre i fashion D’altronde, sono gli stessi influencer, per tutelare trasparenza e qualità del lavoro, che in certi casi propongono codici di autoregolamentazione.

Una degli influencer nel mondo del food e foodblogger, è l’avvocato Vatinee Suvimol, direttrice responsabile di iFood e autrice del libro “La mia storia Thai”, che sta lavorando a un progetto di legge per regolarizzare le collaborazioni con sponsor. “Come legale, faccio parte del Comitato Scientifico di Igers Italia, abbiamo avuto incontri con l’ istituto di autodisciplina pubblicitario per parlare di pubblicità occulta e tramite l'Associazione Italiana Giovani Avvocati, di cui mia socia l'Avv. Marta Savona è presidente per la sezione territoriale. Stiamo contattando il deputato Sergio Boccadutri che ha presentato l'altro giorno il disegno di legge in Parlamento. Con Ilaria Barbotti di Igers Italia e le principali agenzie in Italia stiamo cercando di portare avanti un lavoro di collaborazione di più parti” spiega Suvimol.

Benché insomma non esista una normativa applicabile al fenomeno delle "sponsorizzazioni sui social", gli stessi interlocutori - le associazioni di categoria (Igersitalia), network di blogger (iFood) e le maggiori agenzie di comunicazione internazionale - si sono riuniti per avviare un progetto di autoregolamentazione a garanzia di legalità e trasparenza. Ne parliamo in questo articolo, dove facciamo il punto sul codice etico per regolamentare i Social: la proposta di Vatinee Suvimol e Marta Savona.

Proviene dal giornalismo invece Simone Albiani, oggi influencer e social media manager, che indica un altra problematica: il mestiere del giornalista in crisi: “Io stesso prima ero giornalista, ma non sono stato tutelato e il lavoro era sottopagato. Ho studiato nel frattempo, mi sono formato nel digitale e sono passato “dall’altra parte”. E’ un mestiere diverso e servono entrambi. Perché diversificano il target. Inoltre social media e web danno risultati misurabili anche in campagne pubblicitarie, mentre la stampa ad esempio è anche un riconoscimento. Servono entrambi. Anche l’editoria è cambiata nel frattempo. Tutte le professioni servono. Per poter raccontare e arrivare a categorie e persone di ogni età. E’ il cuore del marketing mix: diversificare le leve. Lo scontro tra professioni secondo me non va inquadrato in questo tipo di polemica. Semmai è necessario ragionare sulla crisi di un mestiere poco tutelato e sempre importante, il giornalismo, che andrebbe difeso, valorizzato a tutela della libertà di informazione di tutti, ragionare su più trasparenza per quanto riguarda le campagne pubblicitarie di tutti, blog e social media”. 

Certo sono d’accordo su un codice che garantisca più trasparenza e regole anche per i blogger e i social media” aggiunge Alessia Bianchi, influencer, social media manager, food blogger e di recente tutor a uno speech sulla comunicazione digitale nel food durante la Social Media Week di Milano. “In realtà nell’ambiente già se ne parla da tempo - commenta -. Quello che trovo poco costruttivo è continuare a creare polemica e rabbia nei confronti di chi lavora nel web e paragonare due mestieri diversi. Per quanto riguarda me: il mio lavoro è nato da una passione. Prima il blog era un passatempo, poi è cresciuto e ora il web è diventato un lavoro full time.  Impegnativo, che necessita formazione costante. Sono laureata in Filosofia, mi aggiorno costantemente. Quello che non faccio, è criticare a ogni costo chef o piatti. E forse per alcuni questo sembra mancanza di senso critico. Invece è rispetto: cerco sempre di dare una seconda occasione. Riconosco che dietro al mestiere dello chef ad esempio c’è sacrificio, studio, fatica e sperimentazione. E rispetto tutto questo. Quindi, prima di “criticare” un piatto o qualcuno, cerco sempre di capirne di più e dare un’altra occasione. Penso che chi critica i blogger potrebbe provare a fare altrettanto. Ci sono blogger bravi e altri no, seri e scrocconi, proprio come tra i giornalisti e altre categorie”. 

I blogger a loro volta sono stati la spinta per introdurre nuovi punti di vista, almeno per quanto riguarda il food: blog tematici molto verticali hanno approfondito ad esempio temi come la cucina antispreco o per chi è intollerante. C’è chi dal blog è partito con lavori di ricerca per riscoprire e raccontare prodotti tipici. E’ il caso ad esempio di Sandra Salerno, di “Un tocco di zenzero”, che all’Italia e al suo amore per il territorio e i piccoli produttori ha creato un libro-guida, edito da Baldini & Castoldi, “Asparagi, bagoss e altre cose buone”.

Nel food, il  racconto e della valorizzazione del territorio e dei prodotti passa oggi anche dagli chef. Un tempo “analizzati” da critici gastronomici, col passare degli anni hanno preso sempre più la parola, rivelandosi interpreti efficaci. Durante la fiera internazionale dell’agroalimentare Tuttofood di maggio ad esempio, proprio agli chef è stato dato in parte il compito di raccontare prodotti tramite i loro showcooking. Uno “storytelling dinamico” per il quale è stato coniato un nuovo termine: storycooking.

Insomma: la questione non è giornalisti contro blogger. E’ molto più complessa. Nel frattempo, l’interesse per il mondo del food sta cambiando e anche il modo di raccontarlo. Cibo come salute, consapevolezza e valorizzazione del territorio. Cibo, per chi ha fame di cose nuove, raccontarlo, e anche di stupire, facendolo.

E voi, blogger, giornalisti, chef e agenzie di comunicazione: cosa ne pensate?

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