Slow food - “Nutrire il pianeta – Energia per la vita”

Un traguardo ambizioso, sicuramente raggiungibile:

28/11/2015

Slow food  -  “Nutrire il pianeta – Energia per la vita”
Se il nucleo Slow Food non esistesse bisognerebbe inventarlo, non fosse altro che per la positiva ambizione che da sempre si è posta, convalidata dagli importanti argomenti affrontati durante l’esposizione milanese Expo 2015 “ Nutrire il Pianeta – Energia per la vita”. Traguardo ambizioso: la salvaguardia della biodiversità alimentare del nostro pianeta che mette a confronto i sistemi di produzione del cibo, equilibrando le risorse naturali, una buona resa sociale,  la salute dei popoli, allo scopo di  garantire a tutti  cibo sufficiente e sano.

Ad Expo 2015, Slow Food si presentava in un padiglione spazioso composto da tre strutture in legno che ricordavano le vecchie cascine lombarde. Ormai, chiusi i battenti, queste strutture verranno localizzate nei paesi africani che si sono distinti nel progetto degli orti Slow Food in Africa.

All’interno dello spazio espositivo era stata allestito un orto  con  numerose specie di piante ed ortaggi, senza dimenticare l’importanza dell’erboristeria. Al centro delle colture  troneggiava una frase molto eloquente “Un orto è come una scuola all’aperto dove puoi imparare a conoscere le piante, gli animali, le tecniche di agricoltura e la storia del tuo territorio”. E’ un messaggio che vuol unire il mondo spingendolo verso l’inderogabile concetto della “nutrizione” alimentare, ben diverso dall’immagine di “ merce” alimentare.
In parole povere il cibo prodotto attualmente in tutto il mondo potrebbe sfamare quasi il doppio della attuale popolazione globale,  ma purtroppo oltre 800 milioni di persone soffrono malnutrizione e fame. Il concetto di biodiversità rappresenta un insieme della diversità biologica generale che si manifesta in termini di varietà e razze locali di interesse agricolo, zootecnico e forestale. Ogni varietà si adatta ad un particolare territorio con specifiche caratteristiche climatiche ed ambientali.

La sapienza e l’esperienza di questa organizzazione internazionale si manifesta proprio nell’adattarsi alle colture locali senza contrastarle,  evitando la monocoltura per meglio conservare la fertilità del terreno. 
Mi viene in mente un vecchio proverbio: “se uno ha fame non dargli un pesce, ma regalagli  una lenza”. Antica e sempre attuale saggezza. Proprio per seguire questo tracciato, in Africa sono stati allestiti migliaia di orti tradizionali disseminati in moltissime nazioni.  Ad Addis Abeba, in Etiopia ne esiste uno gemellato al Mercato della Terra di Milano. E’ situato presso il più antico albergo della città il Taitu Hotel e sfrutta gli interstizi verdi risparmiati dalla cementificazione locale. Mette in mostra moltissime colture indigene ed ha, oltre ad una valenza economica, anche una funzione didattica.
Gli orti in questione sono modeste coltivazioni affidate a famiglie e associazioni di contadini. Una goccia nel mare della fame, ma anche un modello sostenibile che oltre a difendere le risorse naturali del territorio affida la terra alla oculatezza di chi la lavora. Per la semina vengono usate sementi locali, si adotta la rotazione della coltura, si gestisce l’uso dell’acqua disponibile nel migliore dei modi e come concime, oltre al letame, è insegnato l’uso del composto.  Gli orti diventano quindi un importante strumento di miglioramento sociale e mirano a creare una rete di giovani leader africani, indipendenti e valorizzati.  In molte di queste località non solo si è pensato alla produzione, ma anche alla conservazione del cibo ed a come trasformarlo in salse, confetture, succhi e quant’altro.

Affrontare l’argomento del cibo e della fame nel mondo è una delle priorità del nostro pianeta, forse la più importante.

Già da decenni la FAO, l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, tramite il “Global crop diversity trust”, appoggiata dai Capi di stato di alcune nazioni del nord Europa, ha firmato con il Ministro Norvegese dell’Agricoltura un programma di sostegno per la conservazione della diversità agricola e la sicurezza del cibo, allo scopo di creare una banca dei semi vegetali. Il tutto per fronteggiare i pericoli che l’agricoltura corre di fronte all’aumento della popolazione, del riscaldamento globale, delle malattie, e purtroppo, di  guerre, nel tentativo di riuscire ad affrontare sfide come la povertà, la malnutrizione, il degrado ambientale. E’ un accordo senza precedenti nella storia dell’umanità: si teme che entro alcuni decenni molte specie vegetali della Terra potrebbero estinguersi. Le 1400 banche di semi sparse ovunque,  hanno lavorato e lavorano in isolamento: non sempre riescono ad affrontare disastri e difficoltà (tifoni, saccheggi, insurrezione etnica, terremoti ed altro). Pur continuando a restare attive, si è ritenuto opportuno creare  un  sistema globale coordinato.

Nel Mar Glaciale Artico, l’isola di Spitzebergen (arcipelago delle Svalbard), ricoperta perennemente dai ghiacci,  è stata considerata il luogo adatto per la costruzione di questo deposito, profondo centinaia di metri e rivestito di cemento armato, un tunnel lungo 120 metri, situato a 130 metri sul livello del mare, con porte a tenuta stagna. Per secoli qui saranno custoditi, in contenitori di alluminio, da aprirsi solo in caso di emergenza,  tre milioni di sementi, ovvero i semi di tutte le varietà di cereali, legumi e altro, cioè  tutte le colture alimentari utili all’uomo. Il riso, il mais, il frumento, la patata, coprono da soli la metà del fabbisogno alimentare della Terra: sono quindi risorse preziose per le necessità alimentari dell’umanità, come pure lo sono i legumi, i vegetali e la frutta. 

Tag: FAO Slow Food

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