Torino la fascinosa - una vigna sabauda a due passi dal cuore della città

05/04/2017

Ci prendiamo un vermouth?
Il “rubatà” o lo “stirato”, grissini torinesi

Ines Roscio Pavia


A due passi dal centro di Torino, in collina, con un panorama mozzafiato, ci accoglie Villa della Regina. Se ne iniziò la costruzione nel 1615. Il primo nome della villa fu “Villa Ludovica” e per secoli fu la residenza di molte sovrane sabaude. In questa località i Savoia erano soliti organizzare riunioni di accademici ed intellettuali per discutere di filosofia, arte, scienze e matematica. Considerandola una maestosa residenza di campagna, Maurizio di Savoia oltre alla villa progettò, a nord della medesima, frutteti e giardini e destinò una parte del grande appezzamento a vigneto. Il risultato fu una gioia per gli occhi, ma poi con l’andar del tempo e delle vicissitudini, il tutto scomparve invaso dall’incuria e da piante infestanti.

Nel 2003 si iniziò l’intervento di ricupero ambientale da parte della Sovraintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici del Piemonte, non solo restaurando gli appartamenti Reali e i giardini all’italiana, ma reimpiantando il vigneto con 2700 barbarelle, per la maggior parte di Freisa su una superficie totale di 0,73 ettari. La prima vendemmia ufficiale della Vigna della Regina avvenne nel 2009, con 40 quintali di uva sana e ben matura. Nel 2011 il Freisa di Villa della Regina fu introdotto nell’area DOC del Freisa di Chieri. Nacque così il “Freisa d Chieri Doc Villa della Regina”. Si tratta di un vino di produzione limitata, elegante, dal carattere storico. La produzione fu di 3600 bottiglie da 0,75L numerate, 80 magnum (1,5L). 16 jeroboam (3L). Colore rosso rubino con tonalità porpora. Sentore fruttato, ciliegia e lamponi. Piccole “grandi” leccornie, assolutamente da assaggiare, sono il miele al Freisa, le pastiglie Leone al Freisa, i cioccolatini al Freisa e la grappa Villa della Regina.
Nel 2014 avvenne il gemellaggio con il Clos Montmartre, una piccola vigna sulle pendici di Montmartre, un terreno ricavato in mezzo ai palazzi, nel centro di una grande città quale Parigi.
 
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Il vermouth è un vino liquoroso aromatizzato ideato a Torino nel 1786 da Antonio Benedetto Carpano. E’ patrimonio collettivo di tutti i Piemontesi e generò sin dall’inizio una fiorente industria a diffusione europea, in seguito mondiale. Non solo viene degustato come aperitivo, ma accompagna in modo elegante e sapiente numerosi cocktail. Fin dalla nascita si è sempre presentato come prodotto aristocratico diventando uno status symbol nei primi decenni del 1900. E’ un prodotto composto da almeno il 75% di vino dolcificato e aromatizzato, La gradazione alcolica e la percentuale di zucchero varia a seconda del tipo: i vermouth bianco, rosso e rosè devono avere un tasso alcolico non inferiore al 14,5 gradi e un tenore zuccherino minimo di 14% , mentre il dry deve avere non meno di 18 gradi e il 12% massimo di zuccheri.

Sta nascendo il primo seminario di questo prodotto attraverso un percorso diretto e divertente. “Esperienza vermouth” è un tracciato che porta alla ribalta documenti, aneddoti e ben quattro degustazioni. Ad introdurre gli ospiti nel mondo del vermouth sarà Fulvio Piccinino, indiscusso maestro che metterà a disposizione, vino, zucchero, erbe ed i necessari ingredienti per poter preparare un rosso, un ambrato o un bianco da portare a casa in una elegante bottiglia. Questo cammino sarà percorribile individualmente tutti i giovedì fino al 30 giugno 2017 (cliccare sul box “Regala Esperienza Vermouth”.
 
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Cos’è un grissino? Semplice, un filoncino di pasta di pane croccante, piacevole da sgranocchiare. I grissini sono una incantevole tentazione: il primo invita il secondo, ovvero “uno tira l’altro”.

I grissini nacquero dalla inventiva di Antonio Brunero nel lontano 1679 a Torino, ebbero un immediato successo tanto che ora percorrono le strade di tutto il mondo. Sono un prodotto ad alta digeribilità, si conservano gustosi e saporiti a lungo, accompagnando antipasti, sughi e zuppe. Pare che il re sabaudo Carlo Felice li sgranocchiasse anche nel suo palco al Teatro Regio, mentre Napoleone istituì un servizio di corriere Torino-Parigi per poterli gustare a piacimento. Il nome “ghersino” deriva da “ghersa” il tipico pane torinese dalla forma allungata. Il grissino più tradizionale è il “rubata” (rotolato), lavorato ad acqua di lunghezza variabile dai 40 agli 80 centimetri, dalla superficie nodosa e irregolare in quanto lavorato e arrotolato a mano. Gusta di pane, sgranocchiandolo si sente il vento che fa ondeggiare le spighe di grano. Acquistandolo dona un sottile piacere unico ed indimenticabile. Trattandosi di prodotto artigianale da sempre ha richiesto lunghi tempi di esecuzione.
Nel XVIII secolo nacque lo “stirato”, sottile e più morbido, impastato con l’aggiunta di olio. Diversamente dal rubatà non è lavorato per arrotolamento, ma viene allungato tenendolo alle estremità ed assottigliandolo fino ad arrivare alla lunghezza delle braccia del panificatore. Da questo procedimento partì la lavorazione meccanica che diede spazio a grissini di diversissimi gusti: al sesamo, cumino, origano, olive, noci, finocchietto, peperoncino, pomodori, uvetta.

Assaggiando un grissino, meglio se arricchito da una fetta di prosciutto ed un buon bicchiere di vino, nasce serenità ed ebbrezza e viene facile il sorriso.
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