Un giro al supermercato alla ricerca dell'Umbria gastronomica

09/12/2016

Norcineria UlivucciNorcineria Ulivucci
Norcineria Ulivucci

di Ines Roscio Pavia

I prodotti dell’Umbria e del centro Italia sono stati protagonisti ben apprezzati alla Expo 2015 di Milano. Durante le mie innumerevoli visite alla manifestazione girovagavo a cuor leggero fra i padiglioni e finivo prima o poi a gustare la tipica bruschetta. 


Sento ancora in bocca lo scricchiolio della fetta di pane abbrustolita, la delicatezza dell’olio reso ancor più fragrante da un pizzico di sale e da un sentore di aglio.

Settimane fa ho attraversato paesi del centro Italia ed ho trovato macerie e disagi, località martoriate e dal cuore mi è nato un pensiero: come dare, nel mio piccolo, un modesto contributo alla ripresa? 

Risposta: la spesa quotidiana e la prossima spesa natalizia. 

L’idea è nata girando per il supermercato col mio carrello: ed eccomi quindi alla ricerca di prodotti ben precisi che hanno radici in quelle località. Ne scopro moltissimi, una gastronomia tipica che valorizza la cultura contadina. Penso al caciocavallo, alle scamorze e al pecorino di lunghissima stagionatura che regalano un particolare sapore anche alla più modesta delle amatriciane. Salsicce secche, nel cui impasto si mescolano peperoncino e pepe, prosciutti schiacciati, dalla carne rosso scuro, appena listati di grasso, sapidissimi. 

Una gastronoma “spontanea” quella del Centro Italia, dominata dal fuoco a legna, dalla brace e dallo spiedo. Mi piace parlare di tutti i prodotti nella loro completezza, con l’auspicio che questo territorio torni presto a galla: lo merita la sua gente, lo merita la tradizione. 

Prosciutti, salumi e formaggi tipici di Norcia da abbinare ad una vasta scelta di vini, oli extra vergine di frantoio, orgoglio di queste terre, tartufi neri pregiati, miele, lenticchie di Castelluccio per festeggiare il Capodanno. 

Non tralasciamo il vino che è di grande qualità, Verdicchio, Sagrantino, Torgiano, Montepulciano, Trebbiano Pecorino ed infiniti altri. 

Con l’approssimarsi del Natale penso a due dolci tradizionali: la Ciaramicola, dal caratteristico impasto color fucsia ricoperto da una glassa bianca e da confettini colorati e la Cicerchiata, a base di farina, burro, uova, zucchero e limone, presentata in modo gioioso, ovvero ricavando dall’impasto delle palline di circa un centimetro di diametro che vengono disposte in tondo nel piatto di portata sulle quali si versa miele caldissimo che le cementifica. Non facciamoci mancare i tozzetti da conservare nei vasi di vetro e il panpepato che profuma di cioccolato e frutta secca. Con calma, a casa, controllando la spesa mi rendo conto di aver fatto acquisti di alto livello qualitativo.

Il presepe vivente ideato a Greccio da San Francesco

Dalla sacca di Frate Indovino apprendo che nella Chiesa di San Francesco a Gualdo Tadino dal primo dicembre alla metà gennaio 2017 si potrà ammirare il primo “Presepe Emozionale”. 

Occuperà la grande navata della chiesa e sarà la riproduzione di un tipico villaggio medievale umbro in grandezza naturale. La scenografia ci permetterà di camminarvi all’interno e vi saranno rappresentati gli antichi mestieri, per poi accedere al termine del percorso, alla capanna della natività. 

La manifestazione è incentivata dal Comune di Gualdo Tadino, dalla Società Acqua Rocchetta e dalle Edizioni di Frate Indovino. Ingresso libero e gratuito.

La descrizione degli antichi mestieri fa pensare a tutto ed a niente, ma ci permette di valutare e meglio comprendere non solo il la trasformazione della nostra società, ma anche l’evoluzione e il rinnovamento sia del popolo che delle singole persone.

Essere contadino è un lavoro antico, ma anche attuale, forse non se ne rileva sempre l’importanza, ma il contadino è pur sempre il fautore della sopravvivenza umana. Non è un unico mestiere, ma un insieme di molteplici attività, un vero concentrato di abilità. Nei lunghi mesi invernali i contadini riparano attrezzi, sistemano suppellettili, cantine, ripostigli ed altro, lavori da “mani d’oro”. Si tramutano in cestai costruendo con fantasia contenitori utili ed ornamentali. 

Tornando ai vecchi mestieri mi viene in mente il carradore, un lavoro che esigeva una grossa manualità. Un buon carradore doveva essere un po’ fabbro, un po’ falegname ed anche tappezziere in quanto doveva costruire oltre ai carretti, anche carrozze, carri da trasporto ed altro. Il primo carro - meglio dire “semplicistico mezzo di trasporto” - è documentato al IV millennio a.C. Ovviamente non poteva mancare il fabbro/maniscalco che si occupava della ferratura degli animali domestici come equini e bovini. Il sellaio che non solo produceva selle ed ornamenti per cavalli e muli, ma anche l’attacco degli animali da tiro pesante, staffe, sottopance, redini, bisacce, paraocchi ed altri finimenti. 

Un lavoro di grande precisione era il bottaio. Richiedeva abilità ed esperienza in quanto le doghe dovevano essere piallate, poste alla perfezione una accanto all’altra e unite da cerchi di ferro.

L’arrotino era considerato un mestiere ambulante: a dorso d’asino, sul carretto, o in bicicletta, girava da paese a paese, da cortile a cortile, con l’immancabile ruota di legno cerchiata in ferro. Alla ruota veniva agganciato un pedale e fissata una cinghia di trasmissione. Con l’ausilio di un secchiello che sgocciolava acqua, molava e affilava lame, coltelli, forbici e ….. riparava ombrelli. 

Parte della dote di una sposa erano le pentole di rame sempre ben esposte in cucina, pronte a rappresentare il benessere della casa. Il ramaio lavorando un semplice foglio di rame dava forma a pentolame ed oggetti di ogni genere. I più qualificato sapevano decorarlo in modo da creare uno stile proprio, inconfondibile. 

Prima della diffusione dell’energia elettrica per illuminare le strade, il lampionaio accendeva la sera e spegneva al mattino lampioni ad olio o a gas nelle vie e nelle piazze. 

Da quando venne alla luce il primo rudimentale telaio, la tessitura è stata praticata in tutte le antiche civiltà ed è arrivata a noi fino a quando l’industrializzazione ha soppresso i piccoli telai casalinghi. E’ ancora attiva ad un livello di alta professionalità per eseguire arazzi e tessuti di pregio.

Pochi decenni fa dormivamo su materassi di lana che andavano rinnovati ogni anno lavando e cardando la lana che poi veniva ricomposta nell’apposito sacco contenitore. Era il materassaio che provvedeva a ricomporre il sacco, cucendolo lateralmente e pinzandolo affinché la lana non si accumulasse. 

Non poteva certo mancare lo zoccolaio. Dal tronco degli alberi si ricavavano dei parallelepipedi a misura dei piedi e si facevano essiccare. Con la falce si squadravano gli zoccoli, a occhio si eliminavano le parti inutili e si dava la curvatura sinistro/destro. A questo punto si procedeva all’inchiodatura della tomaia che poteva essere una striscia di cuoio o una vera calzatura.

Dai boschi è scomparso il carbonaio che accantonava la legna sistemata a cono in appositi fossati, li ricopriva di terra affinchè ardessero molto lentamente. La combustione durava giorni e giorni e veniva spenta con acqua: il carbone era pronto per la vendita.

Prima dell’esistenza della lavatrice il bucato veniva fatto a mano dalle donne, le lavandaie: mestiere duro, insano e faticoso, spesso svolto all’aperto nei torrenti e nei lavatoi. 

Il lattaio arrivava di buon mattino per portare latte fresco a domicilio: travasava dal suo contenitore il liquido per riempire i recipienti lasciati sull’uscio dai clienti. 

A questo possiamo aggiungere il tamburino/battitore, il cantastorie, il lustrascarpe, il facchino alle stazioni e chi più ne ha ne metta.
Potremmo ancora riconoscere quel mondo?

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