Vandana Shiva: dare più diritti alla terra. E' una rivoluzione che partirà dall'Expo 2015

Intervista a cura di Marina Terragni apparsa su Io Donna del 13 giugno 2013

16/06/2013

Vandana Shiva: dare più diritti alla terra. E' una rivoluzione che partirà dall'Expo 2015

Una piccola donna in sari, che sorride e parla melodiosamente. Ma a colpire sono gli occhi: lo sguardo attento di una bambina che guarda il mondo come se fosse appena nato insieme a lei.

Vandana Shiva è una fisica quantistica, madre dell’eco-femminismo. Autrice di bestseller come Terra Madre. Sopravvivere allo sviluppo, Monoculture della mente, Le guerre dell’acqua, nel 1982 ha fondato il Research Foundation for Science, Technology and Natural Resource Policy. È fra i principali leader dell’International Forum on Globalization e nel 1993 ha ricevuto il Right Livelihood Award, premio Nobel alternativo. Da anni combatte per la salvaguardia della differenza contro i colossi del tecno-alimentare, che con i loro brevetti sulle sementi distruggono la biodiversità, isteriliscono la terra e mandano in rovina i contadini.

Vandana è anche madrina e prima firmataria della Carta Universale dei Diritti della Terra Coltivata (Dignità, Integrità, Naturalità e Fertilità) presentata dall’European Socialing Forum.

L’idea è fare di Milano, in occasione di Expo 2015, la capitale mondiale della salvaguardia di questi diritti.

Chiediamo a Vandana, grande amica dell’Italia - è anche vicepresidente di Slowfood - se può regalarci una visione per il nostro Paese. «Il vostro talento è uno straordinario senso della qualità. Una specie di istinto unico al mondo» spiega. «La cura nel presentarsi agli altri. L’abito. Un livello irrinunciabile di dignità che prescinde da quello che sei e dal lavoro che fai. Come se ci fosse un diritto alla bellezza per tutti. E la qualità del cibo, la grande attenzione a come viene coltivato, lavorato, cucinato...».

La nostra “crescita” è qui?

La vecchia idea di crescita quantitativa è al capolinea. È il cuore della crisi. Chi ci ha condotto nel baratro vorrebbe continuare con quel modello, secondo cui la realtà non esiste, esistono solo numeri. Il tavolo a cui sediamo: loro considererebbero solo le misure, quanto costa trasportarlo e il business che ci si potrebbe fare. Un processo di astrazione ed estrazione. Ma quei numeri misurano anche l’impoverimento della natura e della comunità.

Qualche mese fa a Ballarò il finanziere Davide Serra disse che i suoi argomenti erano “ridicoli”. Le idee di Vandana, ma anche di Elinor Ostrom, di Amartya Sen e di altri “illuminati” sarebbero buone per i dibattiti, ma non quando si tratta di decidere e di fare politica.

Con la globalizzazione la democrazia è diventata lo strumento politico delle multinazionali, gestito direttamente da loro e nel loro interesse. Si vede perfettamente nel campo del cibo. La politica dovrebbe fare il bene dei coltivatori e di chi si alimenta. Invece le lobby lavorano per la Monsanto e le altre multinazionali. Il 6 maggio la Commissione Europea ha presentato una bozza di legge contro la biodiversità delle sementi: se dovesse passare, sarebbe Bruxelles a dire ai contadini toscani che cosa coltivare e da chi comprare i semi. Chi usasse semi suoi sarebbe fuori legge.

È come voler brevettare l’anima o l’amore. Si può fare qualcosa?

Ci si può riprendere la democrazia. Si può fare in modo che tornino a decidere i cittadini. Non c’è solo l’Europa. Ci sono vari livelli di governo: nazionale, subnazionale, regionale, locale. È a livello locale che la democrazia va ripensata e rinnovata. Una democrazia per tutta la Terra, ma agita nelle comunità reali.

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