Venezia, vigneti e cantine sulle terre dei Dogi

In vino veritas

27/01/2016

Venezia, vigneti e cantine sulle terre dei Dogi
Girovagando in  laguna, osservando vigne e vigneti, i grappoli invitanti dell’uva, pregustandone sapore, freschezza e bontà, non può passare inosservato il legame passionale esistente fra i veneziani e il loro vino. Vigneti  provenienti da secoli di lavoro, abitudini, attitudini e storie lontane. Vigne scomparse e riapparse grazie alla volontà dell’uomo, dimenticate e riemerse. Vini dal gusto inimitabile nati da terreni che al calore e umore della terra uniscono la brezza del mare. Questo ci porta e capire  l’immutato piacere  dei veneziani ad  “andar a ombre”, antica espressione che voleva indicare le mescite ambulanti che seguivano l’ombra del campanile di San Marco per tenere il vino al fresco. Tra locande, bacari, mescite ed osterie, l’antica tradizione veneziana di incontrarsi per bere è ancora molto viva. Per meglio gustare “l’ombra” tra bianchi e rossi, vengono offerti i cicheti, piattini tipicamente lagunari da gustare in piedi, piccoli assaggi di baccalà mantecato fritto o conso (lessato con prezzemolo ed aglio),  saor di pesce, risotti con le verdure, pasta e fagioli  e il gustosissimo fegato alle cipolle, tagliate sottilissime, che si scioglie in bocca.

Ai tempi della Serenissima i vini locali si mescolavano con quelli provenienti da terre allora “lontane”, dai rigogliosi vigneti di  Malvasia e  Moscato delle isole di Candia, Cipro, Corfù, Zante.  Senza dimenticare la ricca produzione delle vigne in Veneto, sempre terra della Serenissima coi suoi vigneti lineari a perdita d’occhio sui pendii di  fresche colline.

Il Consorzio Vini Venezia si è impegnato a far rivivere il vino delle isole e delle terre lagunari trasformando questa opportunità  in  una giovane realtà che trae le origini da una lunga secolare storia. Il recupero di questi vigneti produce vini rari, autentiche rivelazioni, nate  da grappoli particolarmente dorati, gustosi ed opulenti. Un territorio velato nel quale la terra e il mare si attraggono e si lasciano per riprendersi in un infinito gioco. Alla bellezza ed al fascino indiscusso di Venezia – patrimonio dell’Unesco – si deve aggiungere lo splendore soffuso della laguna che sta ricuperando alla grande le sue vigne.

Nel XII secolo intorno a piazza S.Marco si estendevano orti e vigneti. Alcuni di questi appezzamenti furono affidati per lascito ereditario ai  “frati Minori di S.Francesco”. Il vigneto è ancora attivo nel convento di S. Francesco della Vigna. 
Dall’Isola di Certosa, ad un braccio di laguna da piazza S.Marco, è partito il ricupero di orti e vini autoctoni. Le pergole di S. Michele in Isola sono di Dorona, Malvasia e Prosecco. Al convento delle Zitelle alla Giudecca troviamo Cabernet, Merlot e Lambrusco marani.

Nel convento dei frati Carmelitani Scalzi in Cannaregio è stato installato un vigneto sperimentale gemello dell’ altro situato nell’isola di Torcello, progetti coraggiosi diretti a far ritornare sul mercato il vino autoctono lagunare.  Grazie alla ricerca di un gruppo scientifico condotto dal prof. Attilio Scienza e dalle Università di Padova e Milano, in laguna  sono stati impiantate  viti riprodotte geneticamente che hanno portato alla selezione di 25 varietà. Da Torcello sono partite le ricerche della storica uva d’oro di Venezia e, sparse sulle isola di laguna, ne sono state ritrovate 80 piante. Il primo grappolo di questa uva fu raccolto del 2010.

Mazzorbo, unita da un ponte in legno a Burano, prese vita dalla fuga degli abitanti di terra ferma in seguito all’invasione dei Longobardi avvenuta tra il VI° e il VII°, dunque una minuscola Venezia primordiale. Proprio qui è possibile bere l’antico vino dei Dogi, il Venissa. E’ un vino bianco da collezione, frutto della riscoperta dell’uva Dorona antica varietà autoctona coltivata sin dal 1200 sulle isole di laguna.

La vigna della Dorona è visitabile su prenotazione. Il Ristorante Venissa offre un soggiorno dove dalla colazione alla cena si può vivere un percorso gourmet  che trasforma i cibi  in leccornie (tel.041 5272281). Le rive del canale dell’isola sono disseminate da piacevoli ristoranti dove assaporare piatti di grande varietà tra cui le castraure di carciofo,il patè di granseola, alici alla greca in agrodolce,  risotto di go (un pesce “povero” di laguna), spaghetti col sugo di gattuccio o al nero di seppia. Ottimi gli scampi alla busara, bisato sull’ara con alloro e i cavassioi, piccole triglie di sabbia, buttate in padella con limone, olio, basilico ed aglio. Da assaggiare gli schii (gamberetti grigi) con polenta, canoce alla griglia, risotto con le seppie e magari una frittura mista di moeche, seppioline e sogliolette “gentili”, sarde in saor con pinoli e uva passa.

Nell’isola di S.Erasmo si produce un vino chiamato Orto. La famiglia Thoulouze lo ha fatto rinascere  da un “cultivar” di antichi vitigni dove domina la malvasia istriana. E’ un vino bianco con alti contenuti di minerali, un trionfo sui piatti di laguna di cui ne esalta sapori ed odori. In questa isola la padrona è la natura, l’acqua salmastra, i profumi di salsedine, le barene che affiorano dalla marea, i riflessi i luce che donano incanto al paesaggio.

L’isola monastero di San Lazzaro degli Armeni regala la scoperta di una cultura antica, una biblioteca con oltre centocinquantamila volumi e quattromila manoscritti miniati. Non solo, ma proprio qui si sono state  ricuperata vigne provenienti dall’Armenia,  piantate da alcuni rifugiati armeni  intorno al mille, una varietà di viti chiamate Rushaki sulle quali si stanno effettuando esperimenti e studi.
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