Vercelli e la Valsesia. Il silenzio della valle, un grande patrimonio vitivinicolo

11/09/2017

di Ines Roscio Pavia 
Nel punto in cui la pianura vercellese raggiunge le prime colline della Valsesia, nei preziosi vigneti riparati dai venti freddi del Monte Rosa, matura il Gattinara un vino al quale, per tradizione, si attribuiscono benefici pregi: migliora le anemie e le cardiopatie, toglie il senso di affaticamento della vecchia. Nasce dal vitigno Nebbiolo, qui chiamato Spanna. E’ vino da piccoli sorsi e religiosa meditazione.

Nelle cantine le bottiglie di Gattinara di grande annata presentano la polvere degli anni di invecchiamento. Il DOCG ne conta almeno quattro, di cui almeno due in botti di rovere o castagno e due di affinamento in vetro. Insomma un misterioso toccasana racchiuso in un calice rosso. Pare che all’inizio del XVI secolo il cardinale Mercurino Arborio, marchese di Gattinara lo abbia introdotto dalla Borgogna.

Molte terre del vercellese e del novarese, in passato, facevano parte del Granducato di Milano. Infatti, da sempre, sono rivolte con simpatia più alla Lombardia che al Piemonte. I primi pastori della Valsesia provenivano dalla Lombardia. Borgosesia divenne il più importante mercato delle lane; ancora oggi tra Romagnano e Quarona brillano i nomi di Loro Piana, Agnona, Grignasco, Colombo.

Da Borgosesia la strada incomincia a salire lungo il tracciato del fiume Sesia. Una valle che vanta un territorio integro dove la natura domina ancora tranquilla e le tradizioni hanno radici profonde. La Valsesia è da sempre una terra ricca di fascino, ma avara di doni e la dispensa non è mai stata troppo ricca: tome e polenta, ava coccia (un brodetto di aglio e cipolla), miacce (cialde di acqua e farina), riso, lacc e bargull (riso e castagne), salamin d’la duja (salamini conservati nel grasso di maiale) e i garusli (bucce essiccate delle rape, fatte rinvenire e brasate con brodo, vino e pancetta). Piatti della sopravvivenza ormai dimenticata. Delle vecchie tradizioni è rimasta la “fagiolata” di Borgosesia, la “panicia” (una minestra di verdure, carne di maiale e riso) e lo “uberlekke” un trionfale bollito misto della gente Walser.

I ristoratori ormai, pur tenendo un occhio attento alla antica tavola, preparano piatti attuali e succulenti. Sentono il richiamo della cucina piemontese, la lievità dei prodotti dell’orto, la ricchezza ittica del Sesia con le sue trote prelibate, i temoli ed i salmerini delle alte quote.

Nelle osterie di Varallo la cucina è accattivante, basata sui prodotti del territorio: il burro fatto con la zangola, gamberi di fiume, pane di pasta madre senza lievito, mocetta, lardo e pancetta di produzione locale, tome di Rima e Rimella, toma del fulmine, gorgonzola naturale. In una fredda giornata invernale si possono gustare i blinis di patate con ricotta affumicata, baccalà e stoccafisso, zuppe di legumi e farro, la guancia di bue salata in botte bollita con contorno di erbette, la verzola, lo spinacio selvatico, il tarassaco bianco.

Succulenta la polenta servita con lo stufato di capriolo, col merluzzo, ai funghi porcini. Da Varallo si sale al Sacro Monte, un insolito complesso composto da una basilica e quarantaquattro cappelle affrescate che espongono più di ottocento statue in terracotta e in legno. Dal sacro al profano, qui ha trovato ispirazione la leggenda di Fra Dolcino (un eretico con slanci alla Robin Hood, finito sul rogo a Vercelli nel 1307) che ci ha lasciato un piatto composto con gli ingredienti che si potevano trovare allora nella valle: una pagnotta di pan nero svuotata con all’interno un salmì di coniglio e funghi, aromatizzato con erbe povere, ancora preparato in alcune osterie.

Questo territorio “privilegiato” che va dalle Alpi fino al lago Maggiore ha alle spalle il secondo monte più alto di Europa, il Monte Rosa che determina il microclima dell’Alto Piemonte: lo protegge in inverno dai venti freddi del nord e in estate lo beneficia dei venti freschi dei ghiacciai, un territorio vocato alla produzione di vini di grande qualità, finezza e intensità aromatica che permette la coltivazione del principe dei vitigni, il Nebbiolo. Il Consorzio Tutela Nebbiolo Alto Piemonte, valorizza e promuove dal 1999 l’immagine di questi vini.

Sempre più su, Alagna, paradiso degli sciatori, dove le cantine annoverano i migliori vini di montagna, quale un prezioso Gattinara Molsino Nervi DOCG, il Valferana Ghemme DOCG, il Nebbiolo il re del Piemonte e la Barbera della vigna Martina. Qui fra un bicchiere e l’altro, tra il silenzio degli alti pascoli, si ha l’impressione di vivere fra le nuvole. Due DOCG (Gattinara e Ghemme) e ben sette DOC (Boca, Bramaterra, Colline Novaresi, Coste della Sesia, Fara, Lessona e Sizzano).

Ad Alagna possiamo seguire la cultura Walser, una popolazione di origine germanica proveniente dal Canton Vallese che nel milleduecento ha valicato il Monte Rosa per stabilirsi a ridosso dei nostri ghiacciai in Valsesia, Val d’Aosta, Val d’Ossola. Il Museo Walser, in una tipica casa in legno con loggiato, racconta la leggenda di questo popolo.
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