Damilano “Vendita di vino ferma per il 90%”. Il rischio della svendita di vini nobili

L'ad: "Mi aspetto che l’eccesso di Barolo in circolazione faccia scendere i prezzi. Anzi parecchi produttori potrebbero essere indotti a svendere il prodotto, quindi disfare ciò che di buono è stato fatto in questi anni per il brand".

di Emanuele Scarci

Ultima Modifica: 29/04/2020

Il vino di pregio colpito e affondato dal covid-19. La ristorazione chiusa per decisione governativa ha bloccato i consumi dal 9 marzo e se ne prevede la riapertura solo dal 1° giugno: a risentirne in pieno sono i vini nobili, scarsamente presenti nella grande distribuzione. 

La vendita di vino è ferma per il 90% – esordisce Paolo Damilano (il primo da sinistra), amministratore delegato del gruppo piemontese Damilano -. Del resto o hai vini a prezzi bassi che vanno in grande distribuzione oppure vendi online, dove però il prezzo è molto sacrificato. Il vero appassionato dei vini di pregio, quali sono i nostri o quelli della Langa, ricorre alla cantina o li ordina al ristorante. Ma lì è tutto fermo”.

Paolo Damilano vino
Paolo Damilano, amministratore delegato del gruppo

Gli imprenditori Damilano nascono come produttori di Barolo tre generazioni fa. In seguito diversificano moltissimo, specie nel settore alimentare. Oltre a Cantine Damilano, oggi il gruppo comprende la Pontevecchio per le acque minerali, con i brand Valmora per la grande distribuzione e Sparea per l’horeca, e Morra Distribuzione per le bevande.

A Torino Damilano controlla lo storico Bar Zucca e il ristorante Pastificio Defilippis. A questo si aggiunge il ristorante di Barolo della Cantina Damilano con lo chef stellato Massimo Camia.

Nel gruppo piemontese, Paolo è il ceo, il fratello Guido ricopre la carica di presidente e il cugino Guido è direttore generale della Cantina di Barolo. 

Oggi Cantina Damilano dichiara circa 400 mila bottiglie e un fatturato di 4 milioni. Negli ultimi tre anni ha realizzato una crescita del valore della bottiglia del 16%.

Quale la situazione nelle varie attività al tempo di covid-19?

Ringrazio il cielo di avere l’acqua minerale che per fortuna continua a lavorare, per l’80% delle sue potenzialità. E l’acqua minerale, con il brand principale Valmora, presente nella grande distribuzione, è una delle attività che genera il giro d’affari maggiore e agisce quindi da sostegno per gli altri business.

E nella ristorazione?

La ristorazione è completamente ferma dal 9 marzo.  In realtà facciamo il delivery, ma è poca cosa. Serve giusto per tenere impegnati i ragazzi e fornire ai clienti il servizio. Poi abbiamo l’attività di distribuzione Horeca che è ferma per il 95% stante il blocco di bar, hotel e ristoranti.

Ha personale in cassa integrazione?

Nel vino no. Ne abbiamo fatto invece ricorso in una parte della ristorazione e in parte della distribuzione. Ma quello che preoccupa un gruppo come il nostro – che ha una sua credibilità presso il sistema bancario e circa 100 milioni di fatturato – è il fatto, per esempio nella distribuzione, che hai perso 3 mesi di pagamenti. La parola d’ordine è nessuno paghi nessuno. E si capisce: un bar o un ristorante oggi paga prima i dipendenti, i fornitori saranno gli ultimi. Anche perché le banche fanno grande fatica a dare crediti.

Cosa s’immagina per il vino nella fase 2?

Se quello che vale per il petrolio varrà anche per il vino, mi aspetto che l’eccesso di Barolo in circolazione faccia scendere i prezzi. Anzi parecchi produttori potrebbero essere indotti a svendere il prodotto, quindi disfare ciò che di buono è stato fatto in questi anni per il brand.

Qual era la quota export della sua azienda prima dello stop?

Si arrivava all’80%, con il mercato americano che si ritagliava una quota del 30%.

Recentemente avete cambiato importatore americano, preferendo Winebow. Qual è l’analisi che fa del mercato Usa?

Anche Winebow ci descrive un mercato americano pressoché paralizzato dove a rimetterci di più sono stati i più deboli. Non vedono l’ora di ripartire. Winebow è uno dei giganti del settore vino: siamo rimasti l’ultimo Barolo in distribuzione in questa scuderia e ne siamo soddisfatti.

Negli ultimi anni è aumentata la produzione di Barolo ma sono scivolate le quotazioni dello sfuso. Il Consorzio ha disposto il blocco dei nuovi impianti, ma non è servito a molto. 

Certo, arriviamo, da una situazione generale di evidente debolezza. Lo stop imposto all’horeca per oltre 2 mesi, più le difficoltà legate a una ripresa difficile dei consumi per le limitazioni sanitarie dipingono un quadro di grande difficoltà. Tra un po’ finisce che i produttori di Barolo si metteranno sulla strada a vendere il vino. Insomma andiamo incontro a un mondo in cui l’eccesso finirà per abbattere i prezzi.

In questa situazione il Consorzio del Barolo ha promosso qualche iniziativa?

Che io sappia no. Ma che può fare? La situazione è tale che il Consorzio dovrebbe acquistare tutto il vino per impedire che finisca sul mercato. Ma questo sappiamo che non è possibile. Al limite avremmo dovuto realizzare una vecchia idea: costituire una banca del vino dove ognuno si finanzia. E il Consorzio rilascia il vino un po’ alla volta sul mercato.

Il Consorzio dovrebbe intervenire per tagliare le rese, oggi fissate a 80 quintali per ettaro?

Se venisse fatta questa proposta ci sarebbe l’insurrezione. Del resto non vede che si cercano tutte le scappatoie per cercare di piantare Barolo e allargare la zona di Denominazione?  Se non fossero state adottate norme di contenimento avrebbero raddoppiato la produzione di Barolo in un anno.

Prima della pandemia lei aveva detto di essere alla finestra per cogliere eventuali opportunità di crescita. Oggi con la gelata del covid-19 è cambiato qualcosa?

Noi abbiamo la stessa vocazione che i medici hanno per salvare le persone ammalate. Non abbiamo tutte le aziende ferme e potremmo andare avanti con i nostri programmi. L’importante è che non ci mettano i poliziotti fuori dalle porte per impedirci di uscire. Quindi lo spirito di crescere rimane intatto.

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