Fipe, No all’aumento dell’Iva per hotel e ristoranti

La Federazione italiana dei Pubblici esercizi lancia l’allarme, preoccupata di una misura che metterebbe in crisi il settore

di Donato Troiano

Ultima Modifica: 11/02/2020

“I dati sul turismo degli italiani diffusi dall’Istat dimostrano che il settore sta vivendo una situazione di difficoltà, esattamente come il resto della domanda interna. Discutere di aumentare le imposte sul turismo proprio in questo momento, rivedendo al rialzo l’Iva, – scrive in una nota l’Ufficio Studi di Fipe, la Federazione italiana dei Pubblici esercizi- significa mettere un’ulteriore zavorra alle possibilità di crescita del Paese. Un vero e proprio autogol”.

Il commento di Roberto Calugi, Direttore generale di Fipe, sull’ ipotesi di aumento dell’Iva paventata da fonti governative

Il governo dice di voler ridurre le imposte sui ceti medio bassi e per farlo propone di alzare l’Iva sul turismo, in particolare hotel e ristoranti, come se fossero soltanto i turisti stranieri a mangiare fuori casa o dormire in albergo. Ovviamente non è così: ogni giorno circa 10 milioni di lavoratori pranzano nei bar e nei ristoranti e lo fanno per necessità, non certo per scelta. Un aumento dell’Iva colpirebbe innanzitutto loro. Le risorse per ridurre l’Irpef vanno trovate altrove”.

Penalizzare questa fetta di mercato rischia di essere controproducente per tutti

“Come se non bastasse – aggiunge il Direttore generale -, l’idea di rendere più salato il conto al ristorante per i turisti stranieri tradisce un paradosso di fondo: sono sempre di più le persone che arrivano in Italia per vivere un’esperienza non solo artistica, ma soprattutto enogastronomica, resa possibile dalla professionalità dei nostri cuochi e ristoratori. Penalizzare questa fetta di mercato, sulla quale in queste settimane già pesa l’insicurezza dovuta al Coronavirus, rischia di essere controproducente per tutti.

“Negli ultimi 10 anni – conclude Calugi – l’occupazione nel settore della ristorazione è cresciuta del 20%, mentre negli altri comparti è scesa del 3,4%. Mortificare uno dei pochi settori dinamici, capace di dare lavoro a 1,2 milioni di persone, non è certo una soluzione vincente per rilanciare i consumi e, più in generale, l’economia dell’intero Paese”.

 

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