Le 5 richieste della Distribuzione moderna alla politica

di Redazione Informacibo

Ultima Modifica: 27/11/2017

di Alessandra Favaro

Ancc-Coop, Ancd-Conad e Federdistribuzione (ADM) presentano unitariamente ai politici un "manifesto" per chiedere più attenzione al mondo della distribuzione moderna, un settore che fattura 114 miliardi di euro complessivi.

Concorrenza leale, regole chiare uguali per tutti (punti vendita fisici e online), rilancio dei consumi, legalità, più competitività con incentivi e meno pressione fiscale.
Sono i 5 punti chiave del “manifesto elettorale” dell’Associazione della distribuzione moderna (Adm) – costituita da Federdistribuzione, Ancc Coop e Ancd Conad – che dà voce al malessere diffuso delle 900 imprese che rappresenta a livello nazionale.

Imprese che chiedono alla politica risposte certe per poter garantire una crescita costante e duratura nei prossimi anni. Ad oggi, invece, le condizioni di mercato del commercio fisico rispetto a quello online, nelle mani di 4-5 grandi colossi internazionali, sono impari. Non è casuale, infatti, la tempistica dell’affondo di Adm, in concomitanza con il Black Friday, la giornata dei super sconti tipicamente statunitense, che cade sempre il venerdì successivo al giorno del Ringraziamento, cioè l’ultimo venerdì del mese di novembre. Appuntamento che solitamente viene preceduto una settimana prima dalla famosa “Black Week”, settimana nera, quando i big dell’e-commerce come Amazon e Ebay iniziano a fare degli ottimi sconti.

Quello che contesta Adm è, in particolare, la legge sul sottocosto che  vincola i negozi fisici con la possibilità di vendere al ribasso 3 volte l’anno con 50 referenze specifiche. Mentre colossi come Amazon sono liberi di vendere centinaia di prodotti sottocosto il ‘venerdì nero’ e tutte le volte che vogliono perché la legge glielo consente.

Adm alza la voce forte dei numeri,  certificati da Ernst&Young, del “valore esteso” che le aziende del settore producono oggi per il Paese: si parla di 60 milioni di persone che acquistano ogni settimana nei punti vendita, di un sistema che non delocalizza e che ha tra i suoi fornitori il 91,5% di imprese italiane, sostiene 2 milioni di lavoratori (9% dell’occupazione complessiva del Paese), crea 30 miliardi di euro di contributi fiscali per lo Stato, fattura 114 miliardi di euro complessivi (82 miliardi per il comparto food e 32 miliardi non food).

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