Made in Italy, serve migliorare la percezione del marchio all’estero

Presentata a Parma un'indagine condotta da Ey durante l'evento "FoodTech: il nuovo motore della crescita sostenibile”

di Redazione

Ultima Modifica: 05/12/2018

Le aziende nel settore Food trainano l’export del Pil italiano: con un valore della produzione che rappresenta più del 17% complessivo del Pil Italiano (dato 2017) vedono il 68% andare oltre confine. In aggiunta al valore economico, il “food” è uno dei tre elementi più importanti di carattere distintivo del Made in Italy, insieme alla “moda” e alla “cultura/turismo”. Nel mondo il food è associato all’Italia, ma non al marchio made in Italy

Questi i punti salienti del nuovo studio di EY dal titolo “Made in Italy: la denominazione controllata è l’unico driver per l’internazionalizzazione?” presentato ieri, 4 dicembre, presso il Centro S. Elisabetta del Campus a Parma in occasione dell’evento di EY “FoodTech: il nuovo motore della crescita sostenibile”.

Marco Menabue e Marco Grieco hanno presentato lo studio EY

L’indagine EY “Future Consumer.Now”, presentato da Menabue e Grieco,  ha analizzato ricerche qualitative e quantitative su 80.000 consumatori internazionali in 27 Paesi nel mondo, che hanno accesso ai prodotti Food italiani. In particolare emerge che: Il 73% dei consumatori associa il Food al nostro Paese, attribuendone immediatamente le caratteristiche di “qualità”, “raffinatezza”, “tradizione”.

Sempre sul campione intervistato, solo il 32% è consapevole del “Made in”, ma il 65% si dice attivamente interessato a capire la provenienza delle materie prime, il processo di lavorazione, come è stato pubblicizzato. Insomma, il consumatore internazionale è interessato alla “vera” qualità del bene, e non solo a quella attribuita dall’etichetta.

Solo il 42% delle aziende italiane è veramente consapevole di ciò che i consumatori internazionali vogliono, e questo è dovuto principalmente da un’errata percezione del valore del marchio “Made in Italy” all’estero. Ciò ha portato le aziende a non investire correttamente nelle tecnologie atte ad abilitare una gestione specifica di questo target di consumatore, che è il più importante driver di crescita per il futuro.

Dai dati emerge inoltre che solo il 75% delle imprese italiane del settore food si è dotato di sistemi di CRM per conoscere e targettizzare i clienti; solo il 48% si è dotata di strumenti che consentano di tracciare adeguatamente la filiera agroalimentare sottostante.

Solo il 23%, meno di un’impresa su 4, gestisce in modo accurato a livello locale la propria immagine digitale.

EY ha anche analizzato gli interessi e le necessità dei consumatori, attraverso degli incontri condotti a Berlino, Los Angeles, Londra, Shanghai e Bombay, coinvolgendo 3mila persone, 62 centri di ricerca e quasi 50 aziende internazionali.

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