A tavola con il Duce: la cucina del ventennio tra propaganda, autarchia e sardine proletarie - InformaCibo

A tavola con il Duce: la cucina del ventennio tra propaganda, autarchia e sardine proletarie

di Rebecca Piva

Ultima Modifica: 25/06/2025

Dieta sobria, lotta agli sprechi, valorizzazione dei prodotti locali: sulla carta, sembrerebbero tutte linee guida sensate, perfino attuali. Ma nel nuovo libro di Enzo R. Laforgia, QUANDO IL FASCISMO DETTAVA LA DIETA  La propaganda a tavola. Sovranità alimentare e autarchia (edito da People e uscito lo scorso marzo), scopriamo che nel Ventennio queste non erano raccomandazioni, bensì imposizioni. E il fine non era certo il bene comune, figuriamoci quello dell’ambiente, ma piuttosto quello di mascherare le scelte politiche di un regime che gravava su una popolazione il cui problema principale non era “mangiare troppo”, ma riuscire a mangiare ogni giorno.

Il libro nasce da ricordi personali: Laforgia, docente di Filosofia e Storia, è stato ispirato dai racconti della madre, nata nel 1928, che aveva quindi vissuto in prima persona le privazioni alimentari del fascismo e della guerra. Ma a stimolare la riflessione dell’autore è anche l’attualità: visto che stiamo tornando a parlare di “sovranità alimentare”, spesso ignorando le sue radici storiche.

La prefazione non poteva che essere firmata da Alberto Grandi e Daniele Soffiati, voci note del podcast DOI, che dal 2022 ci accompagna alla scoperta del mondo del cibo tra storia, curiosità e miti da sfatare. 

La cucina al servizio del regime: risparmio, propaganda e resistenza domestica

Il libro è diviso in due parti. Nella prima, con uno stile coinvolgente e scorrevole, Laforgia racconta l’impatto della guerra in Etiopia sulla dieta degli italiani, tra razionamenti, imposizioni e strategie propagandistiche. Centrale fu il ruolo delle donne, incaricate di “educare” le famiglie a un’alimentazione più economica e patriottica, trasformando i gesti quotidiani in atti di devozione al regime. Anche il cibo, dunque, diventava un dovere civico: mangiare le banane provenienti dalle colonie, ad esempio, era un chiaro segno di sostegno ideologico.

In questo contesto, tornarono in auge soluzioni utilizzate durante la prima guerra mondiale come le cassette di cottura: contenitori di legno imbottiti di segatura o paglia dove si inserivano le pentole con la cottura appena avviata, così da sfruttare il calore residuo e risparmiare combustibile. Una tecnica che ricorda, la moderna cottura passiva della pasta, in cui si spegne il fuoco e si lascia che il calore continui a cuocere.

Il risparmio non riguardava solo l’energia, ma anche gli alimenti: il 13 dicembre 1935 un foglio ufficiale invitava gli italiani a ridurre il consumo di carne, indicando come alternative le proteine di formaggi, legumi e cereali. Una raccomandazione che oggi potrebbe sembrare anticipatrice delle attuali riflessioni sull’alimentazione vegetariana. In parallelo, si esortava a scegliere il pesce locale, come le sardine, ribattezzate “proletarie del mare, a sottolinearne il valore simbolico e l’aderenza all’ideale autarchico.

Riso patriottico, tè traditore e Carneplastico

La propaganda era ovunque: giornali, manifestazioni, menù. Come la merenda “nostrana” organizzata dalla Federazione torinese dei fasci femminili alla Scuola di Economia domestica, con piatti a base di riso, torte e bevande rigorosamente italiane. Il tè, troppo inglese, era bandito. Al suo posto: guaranà dalle colonie.

Ben prima delle direttive del regime però, Filippo Tommaso Marinetti, fondatore del Futurismo, aveva iniziato a politicizzare l’alimentazione. Odiava la pasta, troppo legata al grano estero, e celebrava il riso patriottico. Il primo pasto futurista si tenne a Torino il 9 marzo 1931 alla Taverna Santopalato: in tavola, 14 “complessi plastici saporiti” per appagare tutti i sensi. Il più celebre? Il Carneplastico, ideato dal pittore Fillìa: una polpetta di vitello arrostita, ripiena di verdure, coronata da mele, sostenuta da un anello di salsiccia e tre sfere di pollo. Una vera architettura da tavola.

Artisti e cuochi futuristi presso la Taverna del Santopalato, Torino.
Artisti e cuochi futuristi presso la Taverna del Santopalato, Torino.

Ricette fasciste

Nel pieno del conflitto, cucinare divenne un’arte dell’arrangiarsi. Naquero nuovi ricettari e rubriche come La cucina in tempo di sanzioni sull’Illustrazione Italiana, con proposte come le Uova tricolore, la Trota salmonata alla Badoglio, o le ricette della rubrica Tra i fornelli firmata dalla celebre Petronilla su La Domenica del Corriere, che passò da una cucina del “poco” a una del “quasi niente”.

E poi, la censura linguistica: “sandwich” diventò traidue, “insalata russa” si trasformò in tricolore, per allontanare il tanfo bolscevico. Solo alcune trovate ci suonano quasi simpatiche: come quisibeve per “bar” o polibibita per “cocktail”.

Archivio Fototeca Gilardi | Petronilla

Perché Mussolini odiava la pasta

Forse non tutti sanno che Mussolini soffriva di un’ulcera che gli impediva di godersi in santa pace i piaceri della tavola. Una debolezza che venne tenuta nascosta: l’immagine pubblica doveva restare quella dell’uomo prestante e virile. Niente interventi chirurgici che avrebbero attirato l’attenzione, solo rimedi popolari come la copiosa assunzione di latte e frutta.

Durante il regime non si vietò di mangiare la pasta in modo categorico, ma ne venne sicuramente osteggiato il consumo. La Battaglia del grano fu l’apice: una campagna lanciata con lo scopo di perseguire l’autosufficienza, soprattutto nel Nord. Meno pasta si mangiava, meno grano duro sarebbe stato necessario importare.

Mussolini partecipò perfino a congressi medici per sostenere che la pasta offuscava i sensi, rendendo gli italiani meno attivi e combattivi.

Eppure, fu proprio il fascismo a sancire, suo malgrado, l’irresistibile amore italiano per la pasta.

Alla caduta del regime, il popolo la elesse a simbolo di liberazione. Celebre la festa della famiglia Cervi, a Campegine, dove si offrì pastasciutta con burro e formaggio: bianca, chiaramente. Mangiare la pasta antifascista divenne un gesto politico.

Le mie ricette – TESTI MANIFESTI | illustrazione Alberto Casagrande

Ci sarebbe ancora molto altro da raccontare, ma vi lasciamo alla lettura di questo libro che, con intelligenza e una punta di ironia, illumina un aspetto spesso trascurato della storia italiana: la tavola come campo di battaglia ideologico. Laforgia ci guida in un viaggio tra razionamenti, parole proibite e piatti improbabili, dimostrando come il cibo possa diventare strumento di propaganda e specchio del potere. Se alcuni principi promossi, come la lotta allo spreco, la filiera corta o la valorizzazione del prodotto locale, oggi ci suonano familiari, è bene ricordare che in quel contesto non erano scelte consapevoli, ma imposizioni dall’alto, funzionali a un disegno politico preciso. Una lettura preziosa per riflettere su quanto, e in che modo, la politica possa insinuarsi nei gesti più quotidiani, arrivando fin dentro ai nostri piatti.

 

Consigli per chi vuole approfondire:

– Il Manifesto della cucina futurista di Filippo Tommaso Marinetti, per scoprire l’estetica visionaria (e a volte delirante) con cui il Futurismo cercò di riscrivere anche le regole della cucina.
Le ricette di Petronilla, edito da Tommaso Editore: una raccolta di ricette nate in tempo di guerra, firmate da Amalia Moretti Foggia, medico e giornalista, che con il suo pseudonimo accompagnò milioni di italiane nella difficile arte dell’arrangiarsi.
– Alcune puntate del podcast DOI – Denominazione di Origine Inventata, che affrontano con rigore e leggerezza i miti gastronomici italiani: consigliamo in particolare gli episodi 39 (Così mangiavamo in camicia nera), 52 (La repubblica delle banane) e 91 (Quando il fascismo dettava la dieta).



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L'Autore

Social media manager e content creator

Guardo un’opera e immagino il suo sapore, il profumo che potrebbe avere. Perché l’arte, come il cibo, può essere insipida o esplosiva. Mi piace l’arte saporita, quella che nutre lo sguardo senza far ingrassare. Nella vita, invece, non so dire di no a una cena in compagnia e alla scoperta di nuovi sapori dal mondo. Raccontare il legame tra arte e cibo è il mio modo di assaporare entrambi.