La Luisona del Bar Sport, in memoria di Stefano Benni - InformaCibo

La Luisona del Bar Sport, in memoria di Stefano Benni

Un ricordo dedicato al grande scrittore che ha dato voce a bar, riti quotidiani e sapori popolari

di Alessandra Favaro

Ultima Modifica: 09/09/2025

È morto oggi a 78 anni Stefano Benni, bolognese, autore amatissimo e funambolo della lingua. La notizia è stata confermata dalla casa editrice Feltrinelli e ripresa dalle principali agenzie. Il figlio Niclas ha invitato a ricordarlo leggendo ad alta voce le sue pagine—gesto perfetto per uno scrittore.

Lo vogliamo ricordare anche noi, perchè la penna di Benni ha dato “volto e nome” a una tipologia di alimento che tutti, almeno una volta nella vita, prima che la gentrificazione trasformasse bar e tavole calde in locali trendy alla moda, abbiamo visto e, nostro malgrado,  consumato, e che abbiamo riconosciuto nelle pagine di  Bar Sport, il suo esordio del 1976. Sto parlando della creatura “dolce” più leggendaria della narrativa italiana: la Luisona. Io ne vedo ancora oggi alcune in giro…sorrido tra me e me e con il mio compagno a bassa voce ci diciamo “è la Luisona”.

📌 Cos’è la Luisona?

  • Origine: appare in Bar Sport (1976), esordio letterario di Stefano Benni.
  • Identità: una brioche “decana”, esposta nella bacheca del bar dal 1959, osservata dagli avventori come un barometro casalingo.
  • Funzione narrativa: non alimento ma totem popolare, simbolo del tempo che passa e delle abitudini che non cambiano mai.
  • Effetto comico: quando finalmente qualcuno la addenta, le conseguenze sono memorabilmente catastrofiche.
  • Significato culturale: la Luisona è diventata un’espressione comune per indicare paste stantie e reliquie da bar, ma anche una metafora dell’Italia di provincia, ironica e affettuosa.

La “pasta barometro” che ha misurato un Paese

 

La Luisona di Stefano Benni è stata “elevata” da brioche fino a vera e propria entità, quasi personaggio.
Nel capitolo omonimo di Bar Sport abita la bacheca delle paste “puramente coreografica”, esposta più per scenografia che per nutrimento. È “la decana”, presente in vetrina dal 1959, e gli habitué ne controllano la crema per trarne presagi meteorologici, come fosse una piccola dea domestica del microclima di provincia.

Finché un rappresentante la addenta, con effetti… gastricamente apocalittici.

Il brano è diventato un simbolo collettivo: tutti, entrando in certi bar, abbiamo pensato “questa è una Luisona”.

Benni inchioda qui un’Italia di riti e attese: il banco come teatro, le paste come statuine votive, l’umanità che si racconta tra caffè e iperboli. La Luisona è metafora di un eterno presente da vetrina, e anche un’idea di “gastronomia sentimentale”: non il piatto stellato, ma il cibo come oggetto narrativo, corpo comico, reliquia pop.

Dal bancone al romanzo

La traiettoria di Benni è piena di cibo che parla, panifici che diventano polis, menù che sono sommari di vita.

  • Pane e tempesta mette già nel titolo il binomio nutrimento/lotta: pane come comunità, tempesta come storia.
  • In Bar sport duemila fa capolino la Palugona, torta parente della Luisona con “alto coefficiente di impalugamento”—la materia si fa linguaggio, la masticazione diventa satira.
  • Nei saggi/fiabe del bar moderno, Benni registra la scomparsa della vecchia regina di vetrina, “la matrona delle brioche”: una piccola archeologia del gusto quotidiano, un catalogo di come i luoghi del caffè si sono trasformati.

Anche la critica ha letto in Benni una “letteratura del bar”, dove il corpo, il mangiare e il parlare si impastano: il cibo non è contorno, è motore retorico, lessico, ritmo.

Perché la Luisona ci riguarda ancora (anche se oggi prendiamo l’estratto detox)

Perché in ogni città c’è ancora una bacheca che ce l’ha in vetrina.

Perché la Luisona è un oggetto emotivo: ci fa ridere e ci mette in guardia, con leggerezza, da tutto ciò che invecchia dietro un vetro senza che nessuno se ne accorga.

È, in fondo, una piccola educazione al gusto: imparare a distinguere la freschezza (del cibo e delle idee) dalla stanchezza ben spolverata.

La forza di un lessico da bar

La lingua di Benni è una cucina di laboratorio: neologismi, iperboli, invenzioni. L’ha usata per leggere il Paese con dolce ferocia, dal bancone dei cappuccini alle tribune della politica.

Per questo la Luisona dura: è un oggetto comico perfetto, calibrato come una ricetta ben riuscita, con ingredienti poveri (una brioche stantia), una tecnica precisa (la ripetizione rituale, il dettaglio scientifico-farlocco), e un finale memorabile (la giustizia poetica dell’indigestione).

È letteratura che si mastica.

E allora sì, per salutarlo torniamo al bar. Non per mordere la vetrina—ma per leggere. Un capitolo, una pagina, una frase. Farà bene come un caffè fatto a mestiere.

La Luisona resta lì, a ricordarci che l’umorismo è una scuola del palato—e della vita.

Buon viaggio, Stefano.

nb. Nessuna brioche è stata maltrattata per questo articolo. Le immagini sono state realizzate con AI. L’articolo è stato realizzato col cuore in ricordo di Stefano Benni.

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L'Autore

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