Cecchetto e il Raboso del Piave: la storia di un vitigno "difficile" e di chi ha scelto di scommetterci - InformaCibo

Cecchetto e il Raboso del Piave: la storia di un vitigno “difficile” e di chi ha scelto di scommetterci

di Simone Pazzano

Ultima Modifica: 07/04/2026

Nel 1985, Sante Cecchetto smise di essere mezzadro e acquistò il podere che aveva coltivato per anni con le proprie mani. Non era un atto simbolico: era il miglior modo possibile per garantire un futuro al lavoro che aveva già fatto, e a quello che suo figlio Giorgio stava per cominciare. Giorgio aveva ottenuto infatti il diploma di enologo nel 1982 e nel 1986 prese in mano le redini dell’azienda agricola di Tezze di Piave, a pochi chilometri dalla Scuola Enologica di Conegliano. La domanda, a quel punto, era su cosa puntare.

La risposta, all’epoca, sembrava scomoda: il Raboso del Piave.

Scomoda perché il Raboso era considerato un vino duro, aspro, difficile da bere. Un vitigno autoctono che il retaggio storico aveva consegnato con una reputazione quasi impresentabile, tanto che il nome stesso, nella leggenda popolare, viene fatto derivare da “rabbioso“. Cecchetto non ignorava i limiti del vitigno. Li conosceva bene e decise comunque di scommettere sul rosso autoctono della Marca Trevigiana, prendendo parte nel 1986 – tra i soci fondatori – alla Confraternita del Raboso del Piave.

Il Piave come materia prima

Il territorio che circonda l’azienda non è un semplice sfondo. Le pianure del Piave sono il risultato di millenni di glaciazioni e depositi alluvionali: le acque di scioglimento degli antichi ghiacciai hanno rilasciato minute particelle di argilla calcarea, stratificando nel sottosuolo quelle aggregazioni di carbonati che i contadini della zona chiamano ancora oggi “terreni ricchi di caranto”. Un suolo che trattiene certe caratteristiche e ne espelle altre, che impone ai vitigni una disciplina precisa.

L’azienda si sviluppa oggi su 110 ettari distribuiti in tre località della Marca Trevigiana: Tezze di Piave (sede principale), Motta di Livenza e Cornuda. Quest’ultima, sulle dolci alture del Montello e dei Colli Asolani, ospita i vigneti di Glera destinati all’Asolo Prosecco Superiore DOCG, con substrati argillosi ferrettizzati che danno al vino una struttura distinta rispetto agli spumanti della pianura.

Quando Veronelli cambiò la partita

Per oltre quindici anni, Cecchetto lavorò nel silenzio relativo di un territorio che non godeva ancora di visibilità nazionale. La svolta arrivò nel 2002, quando Luigi Veronelli – allora giornalista e critico enogastronomico del Corriere della Sera – visitò l’azienda e scrisse del Raboso del Piave come di una “fascinosa realtà, per acidità profumi e struttura“. Quella definizione restituì al vitigno una dignità pubblica che il mercato non era ancora pronto a riconoscergli da solo.

Da quel momento, la ricerca produttiva si intensificò. Appassimenti per smussare la durezza tannica, affinamenti in legni diversi – acacia, gelso, ciliegio, castagno – nuove selezioni clonali sviluppate con i Vivai Cooperativi Rauscedo. Il Raboso divenne il fulcro di quattro interpretazioni distinte: il “tradizionale” Raboso Piave, l’innovativo Gelsaia con appassimento parziale delle uve (precursore della DOCG Piave Malanotte), il passito RP assemblato su almeno quattro annate, e il Metodo Classico Rosa Bruna.

raboso del piave

Società Benefit e sostenibilità certificata

La transizione verso un modello produttivo più responsabile non è arrivata come risposta a una pressione esterna. Nel 2017 l’azienda ha ottenuto la doppia certificazione S.Q.N.P.I. (Sistema di Qualità Nazionale Produzione Integrata, rilasciata dal Ministero delle Politiche Agricole) e V.I.V.A. – La Sostenibilità nella Vitivinicoltura in Italia, che valuta le prestazioni aziendali su quattro indicatori: aria (carbon footprint), acqua, territorio e vigneto. Dal 2020, l’energia impiegata nei processi produttivi proviene esclusivamente da fonti rinnovabili, anche attraverso impianti fotovoltaici propri.

Nel 2022 Cecchetto ha pubblicato il suo primo Bilancio di Sostenibilità, redatto secondo gli standard GRI (Global Reporting Initiative), premiato dal Corriere della Sera come miglior report nella categoria delle piccole e medie imprese italiane. L’anno successivo, nel 2023, l’azienda ha adottato la forma giuridica di Società Benefit, inserendo l’impegno sociale e ambientale direttamente nell’atto costitutivo.

Vale la pena citare anche un progetto che va al di là del ciclo produttivo: dal 2005, ogni anno i ragazzi dell’AIPD – Associazione Italiana Persone Down, sezione Marca Trevigiana – partecipano a tutte le fasi della vinificazione del Raboso del Piave, dalla vendemmia all’imbottigliamento, arrivando a produrre circa 1.500 bottiglie l’anno con etichette disegnate a mano, presentate allo stand della Regione Veneto al Vinitaly di Verona.

Tre etichette in degustazione

La produzione Cecchetto ruota intorno al Raboso del Piave, ma non si esaurisce lì. Accanto al vitigno-simbolo dell’azienda convivono etichette che raccontano un’altra vocazione produttiva: quella di un territorio che sa ospitare varietà di origini diverse e restituirle con un’identità riconoscibile. Il Carmenère è una varietà bordolese adottata dal trevigiano nell’Ottocento e qui quasi dimenticata altrove. Il Manzoni Bianco è un incrocio novecentesco, figlio della ricerca enologica italiana e strettamente legato alla Scuola di Conegliano. Il Rosa Bruna è invece il Raboso stesso, ma declinato in Metodo Classico: una scommessa tecnica che parte dall’acidità del vitigno per portarla in una direzione inattesa. Tre vini, tre storie di radicamento: geografico, varietale, familiare.

vini Cecchetto

Carmenère IGT Marca Trevigiana 2025

Il Carmenère è arrivato nel trevigiano nell’Ottocento insieme al Cabernet Franc, e per lungo tempo è stato confuso con quest’ultimo, tanto che localmente veniva chiamato “Cabernet Franc italiano“. Vitigno praticamente dimenticato in Francia, ha trovato nei suoli di Motta di Livenza un ambiente favorevole: quei terreni a caranto che trattengono argilla calcarea e impongono al vino una sapidità riconoscibile.

La versione 2025 è il frutto di una macerazione di otto giorni su uve selezionate a fine settembre. Nel bicchiere, il colore è rosso rubino con riflessi violacei ancora marcati, segnale di giovinezza. Il naso è definito dal carattere erbaceo del vitigno: peperone giallo in primo piano, poi pepe nero e piccoli frutti rossi di bosco. Al palato il vino è fresco, con una sapidità diretta e una persistenza gusto-olfattiva che non si disperde. Gradazione: 12,5% vol.

Manzoni Bianco IGT Marca Trevigiana 2024

Questo vitigno è affascinante perché non è nato in vigna, ma in laboratorio. Più precisamente, negli anni Trenta del Novecento, nella Scuola di Viticoltura ed Enologia di Conegliano, sotto la guida del professor Luigi Manzoni. L’incrocio 6.0.13 – Pinot Bianco fecondato con polline di Riesling Renano – è oggi uno dei bianchi più interessanti del Nordest italiano, poco conosciuto al di fuori del territorio che lo ha generato.

Cecchetto lo produce a Motta di Livenza, sugli stessi suoli alluvionali a caranto destinati al Carmenère. La vendemmia avviene a metà settembre; la tecnica prevede una breve macerazione a freddo sulle bucce per otto ore, che contribuisce alla complessità aromatica senza cedere struttura tannica.

Nel bicchiere, il colore è giallo paglierino con riflessi verdognoli. Il profilo olfattivo si muove tra la pera matura e le note tropicali – ananas e kiwi – con una chiusura floreale che alleggerisce il tutto. Il sorso è asciutto, vellutato, bilanciato tra la dolcezza del frutto e una fragranza acida che mantiene il vino teso. Gradazione: 13,5% vol.

Rosa Bruna 2014 — Rosato Spumante Brut Metodo Classico

Questo è probabilmente il vino più singolare dell’intera gamma Cecchetto, e non solo per il metodo produttivo. Rosa Bruna nasce nel 2008 come tentativo di sfruttare l’acidità naturale del Raboso del Piave in chiave spumantistica: un vitigno storicamente “difficile” che, attraverso la presa di spuma in bottiglia, trova una dimensione nuova. Il nome celebra Bruna, madre di Giorgio Cecchetto, presente in azienda sin dai primi giorni.

L’annata 2014 racconta quasi dieci anni di cantina: tiraggio il 23 marzo 2015, sboccatura il 30 ottobre 2024, con quasi nove anni di maturazione sui propri lieviti. Le uve di Raboso del Piave sono vendemmiate manualmente a metà ottobre, sottoposte a macerazione a freddo per 12 ore sulle bucce e poi vinificate in bianco. Il residuo zuccherino è pas dosé, inferiore a 3 g/l.

Nel bicchiere, il colore è rosa antico brillante con riflessi ramati, la firma di un lungo contatto con i lieviti. Il perlage è fine e persistente. Il bouquet porta ribes, fragoline di bosco e melagrana, con una progressione verso note di crosta di pane appena percettibili. In bocca il vino è pieno, con una notevole intensità gustativa: l’acidità e la sapidità tipiche del Raboso qui non sono asperità da correggere, ma struttura su cui tutto il resto si appoggia. Gradazione: 13% vol.

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L'Autore

Giornalista

Scrivo "nel bere e nel mare". Mi piace raccontare le storie che finiscono nei nostri bicchieri e tutto ciò che riguarda il prezioso Mediterraneo. Ne parlo su testate di settore come Informacibo.it e Osserva Beverage (La Repubblica). Curo "Onde", una newsletter dedicata ai temi della comunicazione e "Blu Mediterraneo", community per gli amanti del mare.