Il cavallo baio del Barbaresco e la collina più alta del Barolo: storie di Langa, dove il vino buono si fa un passo alla volta
Ca’ del Baio a Treiso e Dosio a La Morra: due cantine guidate da donne, con storie che ben raccontano l'etica del lavoro dei langaroli
di Simone Pazzano
Ultima Modifica: 16/10/2026
Esageruma nen, non esageriamo, è tra le espressioni più comuni del piemontese. Un chiaro invito alla misura che si ritrova nel carattere di molti. E nelle Langhe potremmo dire che descrive anche un certo modo di fare impresa: crescere senza fretta, lavorare sodo senza ostentazioni ed eccessi. Senza mai fare il passo più lungo della gamba. Col senno di poi possiamo dire la strada migliore per arrivare a produrre alcuni dei vini più apprezzati al mondo e per rendere ambita una terra che in passato non è sempre stata così desiderata.
Dal 1870 la famiglia Grasso lavora le colline di Treiso, nel Barbaresco, e la sua cantina, oggi nelle mani di tre sorelle, prende il nome dai cavalli che vivevano in cascina: Ca’ del Baio. Sulla collina di Serradenari a La Morra, nel Barolo, Dosio è cresciuta fino a 14 ettari in poco più di mezzo secolo e dal 2010 appartiene alla famiglia di Chiara Lanci, che oggi la guida, mantenendo il nome di chi la fondò nel 1974.
Indice
Come si fa impresa nelle Langhe
La misura, da queste parti, ha radici precise. Fino agli anni Sessanta buona parte di queste colline era terra di miseria e di spopolamento: Beppe Fenoglio l’ha raccontata nel 1954 con La malora, la storia di un ragazzo mandato a servizio in una cascina negli anni Trenta. La ricchezza del vino è arrivata più tardi, con Barolo e Barbaresco diventati vini ricercati in tutto il mondo soprattutto dagli anni Ottanta, e chi oggi guida una cantina ha spesso genitori o nonni che hanno conosciuto un’altra Langa.
A quella memoria si lega un’abitudine che molti produttori non hanno perso: quando l’annata va bene, i guadagni tornano nella terra. Si compra un altro pezzo di vigna o si rinnova la cantina, e si cresce soprattutto con i propri mezzi, al ritmo di vini che prima di arrivare sul mercato restano anni in cantina. Come in Borgogna, la terra è divisa in piccole proprietà di famiglia e il valore si misura vigna per vigna.
Le Menzioni geografiche aggiuntive (MGA), i nomi ufficiali delle zone e dei vigneti storici, sono arrivate nel 2007 per il Barbaresco e nel 2010 per il Barolo. I vignaioli, però, quei nomi li usavano da generazioni e sapevano bene quali vigne valessero di più. A Ca’ del Baio nonno Ernesto chiamava autin bej le più belle e soleggiate, o anche solo i pezzi migliori di una vigna; a La Morra, nel 1982, Dosio fu tra le prime cantine a scrivere in etichetta il nome del vigneto Fossati, 28 anni prima che le MGA lo rendessero ufficiale. Di sé, invece, i produttori delle Langhe parlano poco, e il riserbo va oltre il vino: ad Alba la Ferrero è diventata un gruppo mondiale sotto la guida di Michele Ferrero, che in tutta la vita ha concesso pochissime interviste.
Ca’ del Baio, quattro generazioni a Treiso

La storia dei Grasso a Treiso, uno dei comuni del Barbaresco, comincia nel 1870, quando Giuseppe Grasso arrivò con i quattro figli alla Cascina Vallegrande, e da allora la famiglia non ha cambiato mestiere: coltiva la vigna e studia quale varietà renda meglio su ciascun terreno. Il primo vino lo fece Luigi, il figlio maggiore, nel 1921, per casa e da vendere sul posto.
Il nome con cui la cantina è conosciuta oggi l’hanno scelto, in un certo senso, gli abitanti di Treiso. Negli anni Sessanta i due cavalli della cascina erano entrambi bai, con il mantello rosso scuro e la criniera nera, e in paese si prese l’abitudine di chiamare la casa dei Grasso “Ca’ del baio”. Alla fine degli anni Ottanta, con la prima annata in commercio del Barbaresco Asili, la 1988, l’azienda lasciò il vecchio nome di Tenuta Vallegrande per quello che si usava già in paese.

Oggi Ca’ del Baio ha 31 ettari di vigna di proprietà tra Barbaresco e Treiso, divisi in quattro cru: Asili e Pora nel comune di Barbaresco, Vallegrande e Marcarini in quello di Treiso. Ne escono 140.000 bottiglie l’anno, tutte da uve proprie. A guidarla sono Paola, Valentina e Federica Grasso, figlie di Giulio e Luciana, che lavorano ancora al loro fianco. Le sorelle seguono di persona ogni fase, dalla vigna alla cantina fino alla vendita e all’accoglienza, e Valentina, la secondogenita, è l’enologa di casa. Il timone, raccontano, passa da quattro generazioni «di padre in figlio», come da tradizione nelle Langhe. Stavolta è passato di padre in figlie con risultati eccellenti.

In vigna l’azienda segue The Green Experience, un disciplinare di viticoltura sostenibile nato sulle colline Unesco di Langhe, Roero e Monferrato. Da tempo ha eliminato concimi chimici e diserbanti di sintesi, e tra i filari pratica il sovescio, la semina di piante che vengono poi interrate per nutrire il suolo, come si faceva un tempo in queste campagne. «Non possiamo pensare di produrre vini di alta qualità, da singole vigne, senza pensare a come salvaguardare quello che è il nostro patrimonio più importante: la natura», spiegano le sorelle Grasso.
Dosio, sulla collina più alta del Barolo

Serradenari oggi è la MGA più alta del Barolo, ma nel 1974, quando Beppe Dosio comprò a La Morra una cascina del Settecento e piantò il Nebbiolo intorno ai 500 metri, una quota del genere passava per un rischio: faceva più freddo e l’uva maturava più lentamente. Dosio affiancava al vino il lavoro nel tessile e all’università, e per molti anni la produzione rimase piccola.
Nel 2010 l’azienda passò alla famiglia Lanci. Gianfranco Lanci, per tutti l’Ingegnere, arrivava da una carriera ai vertici di aziende tecnologiche come Acer e Lenovo, e a La Morra tornò alle origini piemontesi e a una passione cominciata da ragazzo, quando andava per cantine con il padre a scegliere il vino da imbottigliare in casa. «Mio padre non voleva cambiare nulla, voleva continuare una storia già iniziata, rispettando le radici e portando un tocco di innovazione», racconta la figlia Chiara.
Con i Lanci le vigne sono aumentate. Accanto a Serradenari e Fossati sono arrivati Bussia, a Monforte d’Alba, e Montersino, nella zona del Barbaresco; l’acquisto più recente è Meriame, a Serralunga d’Alba, il primo vigneto dell’azienda coltivato in biologico, e la sua prima annata è ancora in affinamento. In tutto oggi sono 14 ettari.
Nel 2023 l’Ingegnere è morto all’improvviso e la guida è passata a Chiara, che a Milano lavorava nella comunicazione e nel marketing e che ha scelto di stare in azienda ogni giorno. L’impostazione del padre è stata per lei un punto di partenza per «trovare il modo di far parlare questa terra anche con la mia voce». Con lei lavora l’enologo Andrea Autino, arrivato nel 2022, che ha riportato in cantina tecniche della tradizione come il cappello sommerso, con le bucce che restano immerse nel vino mentre fermenta; per i Barolo si usano grandi botti di rovere.
Nello stesso 2023 accanto alla cantina ha aperto Antica Dimora Dosio, un relais con sette tra camere e suite, ognuna con il camino, e una piscina che guarda le vigne e sullo sfondo, il Monviso. «Purtroppo, questa ultima parte del progetto mio padre non ha fatto in tempo a vederla realizzata», dice Chiara Lanci, «ma lo spirito che lui sentiva in questo angolo “insolito” di Langa che guarda le Alpi, oggi lo percepiscono anche i nostri ospiti, ogni volta che soggiornano nella nostra Dimora o visitano la tenuta».
Leggi anche:
Cosa succede al Barolo dopo un anno sul fondo del mare artico
I vini: dal Barbaresco di Treiso al Barolo di La Morra
Per capire al meglio come si esprime il modo d’essere e di lavorare di cui ho raccontato fin qui, la scelta più adatta è sicuramente quella di gustarne i frutti nel bicchiere. Aromi e sfumature che partono da lontano, nel tempo.

A Treiso il Nebbiolo diventa Barbaresco. Il Vallegrande di Ca’ del Baio è un Barbaresco di stampo tradizionale, maturato soltanto in grandi botti di rovere: elegante «senza mostrare i muscoli del Nebbiolo», profuma di frutta e fiori appassiti, con un fondo di sottobosco. Dalle autin bej di nonno Ernesto prende il nome l’Autinbej, che unisce le uve di più cru in quota ed è caldo e lungo, con lampone e violetta. La prima vendemmia è stata la 2014, un’annata difficile in gran parte del Piemonte e più clemente nella zona del Barbaresco. La Riserva Viti Vecchie viene da poche porzioni scelte del Vallegrande e resta una sessantina di giorni con il cappello sommerso, la stessa tecnica che Dosio ha riportato a La Morra; della prima annata, la 2018, sono uscite 1.746 bottiglie.
Con il Fré la passione dei Grasso per il Riesling è diventata finalmente un vino in purezza. Nasce a Treiso da un vigneto esposto a nord, nelle posizioni più fredde e ventilate dell’azienda, e profuma di ananas e mango con una leggera nota di idrocarburo (il sentore tipico del Riesling). Lo Chardonnay Valentine, in edizione limitata, è il risultato della lunga sperimentazione di Valentina: viene da vigne di Treiso piantate nel 1985, fermenta in tonneaux (botti di media capacità) di rovere francese e va in bottiglia senza filtrazione. Al naso è burroso, con un fiore bianco che ricorda il gelsomino, e in bocca è cremoso e pieno.

Le colline di La Morra danno invece il Barolo, e non solo. Dosio comincia dal Barolo del Comune di La Morra, fatto solo con uve del paese: è il primo passo verso i vini di singolo vigneto e profuma di rosa essiccata e spezie dolci. Il Barolo Serradenari viene dal vigneto che circonda la cantina, e una leggenda lega il nome della collina ai tempi della peste, quando chi cercava rifugio lassù doveva seppellire i propri denari perché la terra li purificasse. Profuma di rosa selvatica e scorza d’arancia e ha un tannino fine e sapido, tutto giocato sulla misura e sulla finezza. Il Barolo Fossati nasce al confine tra i comuni di La Morra e Barolo, in un vigneto che nella parte più alta ha viti di circa sessant’anni, e macera fino a cinque settimane con il cappello sommerso. Con il tempo si apre su sottobosco bagnato, incenso e liquirizia: è un Barolo che regge a lungo in bottiglia.
La novità di Dosio è la Barbera d’Alba La Dimora, che prende il nome dal relais e richiama la Barbera che nelle vecchie cascine piemontesi era il vino di casa: fatta solo in acciaio, deve ai 500 metri della vigna la sua freschezza, con ciliegia matura e piccoli frutti rossi. Per gli amanti dei bianchi, il Roero Arneis DOCG, affinato in acciaio sui lieviti, profuma di ginestra e camomilla e accompagna pesce e crostacei, ma si può provare anche con la cucina giapponese.
Per altre storie e news come questa, leggi: Racconti di spirito, la mia rubrica dedicata al mondo del vino e degli spirits.
Condividi L'Articolo
L'Autore