Fico d’India, dalla Sicilia un frutto ricco di proprietà

di Collaboratori

Ultima Modifica: 14/06/2019

Il fico d’India è presto diventato un elemento inscindibile nel panorama tipico del bacino del Mediterraneo, dove ha trovato le condizioni climatiche migliori per attecchire e svilupparsi. La Sicilia, dopo il Messico, è il secodo produttore mondiale. La pianta cresce spontaneamente, lungo la strada, le pale caratterizzano il paesaggio siciliano fornendo una miriade di frutti colorati, ottimi da gustare in molti modi: freschi o conservati in salamoia, sott’aceto, canditi o sotto forma di confettura.

Le origini

Si dice che questo squisito frutto sia giunto in Europa con Cristoforo Colombo, di ritorno dalle Americhe. Invece ancora prima, nell’ 827, i Saraceni lo importarono in Sicilia quando sbarcarono a Mazara. In nessuna altra piante del bacino del Mediterraneo il ficodindia si è diffuso come in Sicilia, dove rappresenta non solo un elemento costante del paesaggio, naturale, ma è anche un elemento ricorrente sulle tavole e nelle rappresentazioni letterarie e iconografiche dell’isola, fino a diventarne quasi un vero e proprio simbolo.

In Sicilia i fichi d’India venivano utilizzati come alimenti preziosi per l’inizio della giornata lavorativa del contadino. Durante il periodo della vendemmia, in tutta l’isola è tradizione infatti consumare questi frutti di prima mattina, a colazione. Costume deriva dall’antica usanza del proprietario della vigna che donava senza parsimonia questi dolci frutti ai suoi vendemmiatori, per evitare che si mangiassero troppa uva durante il raccolto.

Il fico d’India però ha origini molto più lontane della Sicilia. Nasce in Sud America, esattamente in Messico. “tenace monumento dei deserti” veniva definito, per descrivere il carattere del frutto, coronato di spine, che sopravvive alle aride e secche temperature desertiche.

Per molto tempo, il fico d’India ha rappresentato un simbolo della tradizione Azteca: l’importanza di questa pianta e di questo frutto per i messicani è tale da incarnare il simbolo del Paese, tanto che appare persino nella bandiera messicana, sotto l’aquila.

E’ un pianta che cresce spontaneamente, necessita di poche attenzioni, resiste a siccità e aridità dei terreni.

Il territorio

In Sicilia, in particolare, le “pale” di fico d’India crescono spontaneamente sui suoli sabbiosi e pianeggianti fornendo frutti di alta qualità, gusto intenso. L’isola, dopo il Messico, è tra i maggiori produttori mondiali del frutto. Qui è coltivato in aree ben distine: nella zona centro orientale che fa capo al paese di San Cono, nel sud-ovest etneo nei territori di Belpasso, Militello, Paternò, Adrano e Biancavilla, nel Belice (zona sud-occidentale), nei comuni di Menfi, Montevago, e soprattutto Santa Margherita Belice.

La stagione dei fichi d’India

Da agosto a Natale l’isola è un prolificare di questo esotico frutto che conta quattro varietà diverse: la gialla, detta sulfarina, la rossa, nota come sanguigna, la bianca, denominata muscarella e quella tipicamente arancione, chiamata moscateddo.
La fioritura della pianta inizia in primavera, mentre i frutti crescono dal periodo estivo. Quelli più pregiati però sono i fichi d’india tardivi, che arrivano sulle nostre tavole a dicembre.

Le varietà

frutto fico d'india

Questi frutti vengono chiamati “bastarduna” o “scuzzulati”: non sono altro che i fichidindia nati dalla seconda fioritura, che si ottiene eliminando dalle piante i primi frutti, più piccoli, e costringendo così la piantina a rifiorire.
I “bastarduna” sono meno numerosi ma hanno un valore di mercato più alto, perchè sono tardivi, e anche perchè sono più grandi e senza semi.

I fichidindia non perfettamente maturi sono invece chiamati “burduni” cioè bastardi, termine che deriva dal latino burdo, che significa mulo, per indicare un animale non puro.
I frutti vengono raccolti a più riprese: in coltura irrigua si possono ottenere produzioni di 250-300q quintali ad ettaro. Dopo la raccolta, i frutti possono essere conservati in frigo a 6 gradi per 2 o 3 mesi. Un impianto specializzato ha una durata di circa 30-35 anni.

Questo frutto in Sicilia si è guadagnato anche l’indicazione geografica della Dop: il fico d’India dell’Etna Dop viene coltivato in numerosi comuni della provincia di Catania, appartenenti alla zona interessata dalle eruzioni dell’Etna.

Fico d’India: proprietà

Sono molteplici gli usi e le proprietà del fico d’India: molte usanze affondano le radici dell’antico popolo azteco. Già all’epoca, gli Aztechi utilizzavano le foglie del fico d’India per allevare un insetto, il Dactylopius coccus costa, che serviva per ottenere il rosso di cocciniglia.
Dal corpo dell’insetto essiccato veniva estratta la colorazione rossa, tuttora richiesta in ambito cosmetico, farmaceutico, tessile e alimentare.
Un tempo, il succo ricavato dalle foglie era utilizzato come lubrificante per agevolare gli spostamenti di grandi massi di pietra. Inoltre, associato a miele e rosso d’uovo, sembrava essere utile contro le scottature provocate dal forte sole messicano,

Tra le proprietà dei fico d’India ci sono quelle terapeutiche: il frutto sembra essere un’ottima cura naturale. Ha proprietà depurative, ed è coadiuvante nella cura dell’osteoporosi grazie alla quantità di ferro, calcio e fosforo. E’ indicato anche nelle diete dimagranti, visto che contiene ha poche calorie, molte fibre e aiutando ad avere un senso di sazietà. Reidratante e rivitalizzante, è ideale anche per chi pratica sport.

Nella medicina siciliana popolare, si consigliava per contrastare le coliche renali, il decotto di fiori essiccati del fico d’India. Lìutilizzo del ficodindia è particolarmente interessante anche in cosmesi, per la produzione di creme umettanti, shampoo, saponi, lozioni astringenti e sembra stimolare la crescita dei capelli.

In cucina

Anche le pale del fico d'India si possono mangiare.
Anche le pale del fico d’India si possono mangiare.

In cucina, la risorsa alimentare più pregiata sono i frutti, chiamati fichi d’India, che oltre a essere consumati freschi possono essere utilizzati per la produzione di succhi, liquori, gelatine, marmellate, dolcificanti e altro. Ma anche le pale, più propriamente i cladodi, possono essere mangiate fresche, in salamoia, sott’aceto, canditi, sotto forma di confettura. Anche come cotoletta vegetale. Il segreto per raccoglierle è farlo con un guanto e la sera, momento in cui gli aculei si ritirano e il rischio di pungersi è minore. Andranno poi sbucciate e passate in uovo, farina e pangrattato e fritte in padella. (Leggi anche: 5 alternative davvero veg…alle alternative veg)

In generale toccate a mani nude un frutto perchè le sue piccole spine possono risultare veramente dolorose. Usate comuni guanti per proteggervi.

A differenza di quello che si pensi inoltre, il frutto si può consumare interamente: grazie alla minore percentuale di glucosio rispetto alla polpa e a una maggiore di cellulosa e proteine, la famosa buccia di questo frutto possiede un alto valore nutritivo.
In realtà non è una scoperta recente: in Sicilia in alcuni paesi era pratica comune nel passato cucinare le bucce fresche e addirittura essiccarle per poi consumarle in un secondo momento.

Testo a cura di Antonella Imbesi

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