Parma, Alba e Bergamo: le tre città Creative della Gastronomia Unesco
Tre città, un'unica tavola da cui nascono piatti, progetti, inclusione e sostenibilità
di Alessandra Favaro
Ultima Modifica: 10/12/2025
Nel grande “multiverso” Unesco ci sono, oltre alla cucina italiana, anche città che hanno fatto del cibo il loro linguaggio ufficiale. In Italia le Città Creative della Gastronomia sono tre: Parma, Alba e Bergamo. Tre nomi che, letti in fila, sanno già di menù completo.
In questo articolo vediamo cosa significa essere “Creative City of Gastronomy”, perché queste tre città hanno ottenuto il riconoscimento e come stanno usando il bollino Unesco per costruire progetti concreti legati al cibo.
Indice
Cosa significa essere Città Creativa della Gastronomia
Le Città Creative Unesco nascono nel 2004 per mettere in rete le città che vedono nella creatività un motore di sviluppo sociale ed economico.
Oggi il network conta oltre 400 città in più di 100 Paesi, divise in otto ambiti creativi (musica, design, letteratura, gastronomia, ecc.).
Il sotto–network della gastronomia è una “élite globale”: 56 città in 34 Paesi, per circa 68 milioni di abitanti. Qui trovi la lista aggiornata a dicembre 2025
Per entrare in questo “club”, una città deve dimostrare di avere:
- una gastronomia fortemente radicata nel territorio
- una filiera viva (produttori, trasformatori, mercati, ristorazione)
- iniziative culturali ed educative legate al cibo
- politiche di sostenibilità e inclusione sociale collegate all’alimentazione
In Italia, ad aver convinto l’Unesco sono state Parma (2015), Alba (2017) e Bergamo (2019), che oggi collaborano in un vero e proprio Distretto delle Città Creative della Gastronomia.
Parma: la food valley che parla al mondo
Parma è la prima italiana ad entrare nella rete, nel 2015. L’Unesco la definisce “centro gastronomico della Italian Food Valley”, con circa il 30,5% della forza lavoro impiegata nell’agroalimentare e nella gastronomia, e la qualifica come prima città italiana per “supremazia qualitativa agroalimentare” secondo la Fondazione Qualivita.
Cosa rende Parma una Città Creativa” per l’Unesco
- Prodotti simbolo: Parmigiano Reggiano, Prosciutto di Parma, culatello, pomodoro da industria, pasta secca. Un territorio con una concentrazione impressionante di DOP e IGP.
- Ecosistema del food: a Parma ha sede l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA), un polo universitario dedicato alle scienze gastronomiche e numerose aziende leader del settore.
- Fondazione Parma UNESCO Creative City of Gastronomy: nata nel 2017 per coordinare progetti culturali, promozione internazionale e attività educative legate al cibo.
La città lavora su più fronti: food policy urbana, per collegare salute, ambiente e filiere locali; progetti di economia circolare e lotta allo spreco; eventi come il Settembre Gastronomico e il festival Cibus OFF, che trasformano la città in un laboratorio a cielo aperto sulla cultura del cibo.
Per chi viaggia, Parma non è solo “prosciutto e parmigiano”: è una città dove è facile visitare caseifici, prosciuttifici, musei del cibo e allo stesso tempo sedersi a tavola in ristoranti che reinterpretano la tradizione in chiave contemporanea.
Alba: tartufo, vigne e creatività diffusa

Alba entra nella rete Unesco nel 2017 ed è il cuore di una delle aree più iconiche del vino italiano: le Langhe, Roero e Monferrato, paesaggio vitivinicolo riconosciuto a sua volta come Patrimonio Mondiale dall’Unesco nel 2014.
Perché Alba è Città Creativa della gastronomia
- Capitale del tartufo bianco: la Fiera Internazionale del Tartufo Bianco d’Alba è una vetrina mondiale per il territorio, ma anche un luogo di confronto su sostenibilità, boschi tartufigeni, tutela dei raccoglitori. (
- Vigneti e vino: nebbiolo, barolo, barbaresco, dolcetto… La filiera vitivinicola è il primo motore economico del territorio e dialoga con ristorazione, ospitalità, artigianato.
- Legame con il movimento Slow Food: l’area di Langhe e Roero è uno dei luoghi di nascita del movimento che ha ripensato il rapporto tra cibo, tempo e territorio, influenzando la cultura gastronomica globale.
Nel suo monitoring report 2017–2021, Alba sottolinea come il riconoscimento Unesco sia stato usato per: creare progetti educativi sul cibo con scuole e associazioni; sostenere produttori artigianali e ristorazione locale; sviluppare l’Alba–Parma axis, un asse di cooperazione con Parma (e poi Bergamo) che punta a un vero “distretto gastronomico italiano”. (Fonte: UNESCO)
Un dettaglio interessante: Alba lavora anche sul fronte della formazione di alto livello, attraverso la Bocuse d’Or Italy Academy, che usa il titolo Unesco per attrarre talenti e iniziative internazionali.
Bergamo: la capitale dei formaggi (e non solo)

Bergamo è la terza città italiana a ottenere il titolo, dal 31 ottobre 2019.
Se Parma è la Food Valley e Alba è il regno del tartufo, Bergamo è la città dei formaggi: nel suo territorio si concentrano nove DOP casearie (tra cui Bitto, Taleggio, Gorgonzola, Formai de Mut) e altre specialità come il Principi delle Orobie.
I punti di forza di Bergamo
Secondo la documentazione ufficiale del distretto e dell’Unesco, Bergamo ha convinto per:
- il patrimonio caseario e la capacità di valorizzare i formaggi di montagna;
- il legame tra città e valli, con filiere che uniscono piccoli produttori, mercati, ristorazione;
- una forte attenzione a cibo, salute e giustizia alimentare, portata anche dentro il Bergamo Film Meeting con focus su alimentazione sana e riduzione dello spreco;
- progetti su mercati contadini, agricoltura urbana, politiche per il city food system, con una rete di associazioni e imprese coinvolte.
La città usa il titolo Unesco come leva anche per inclusione e coesione sociale: il cibo diventa strumento per coinvolgere gruppi vulnerabili e marginalizzati in attività culturali e formative.
Per chi viaggia, Bergamo oggi si racconta non solo con Città Alta e le mura veneziane, ma anche con itinerari tra vallate, alpeggi, formaggerie e vigneti (Moscato di Scanzo DOCG, Valcalepio DOC).
Il distretto gastronomico Alba–Parma–Bergamo
Dal 2018, e formalmente dal 2019 con l’ingresso di Bergamo, le tre città hanno creato un Distretto delle Città Creative Italiane per la Gastronomia.
L’obiettivo dichiarato è duplice: cooperare a livello internazionale come “piattaforma italiana” dentro il network delle Città Creative e costruire una destinazione integrata che permetta a turisti e appassionati di vivere un vero tour del gusto fra Emilia, Piemonte e Lombardia.
Tra le iniziative ci sono progetti comuni su educazione alimentare, sostenibilità, turismo enogastronomico, la promozione di itinerari come il tour “Tipicamente Uniche”, che mette in fila esperienze in cantina, visite ai caseifici, mercati e ristoranti firmati in tutte e tre le città e una strategia condivisa di comunicazione che usa il marchio Unesco come garanzia di qualità, ma anche come impegno su sostenibilità e innovazione.
In pratica, le tre città hanno deciso di presentarsi al mondo come un unico grande laboratorio del gusto italiano.
Perché queste città contano (anche oltre il turismo)
Il riconoscimento Unesco non è solo un adesivo da mettere sulle brochure. Sigla una serie di impegni precisi:
- proteggere e valorizzare i saperi tradizionali
- sostenere i produttori e la ristorazione locale
- lavorare su politiche pubbliche del cibo (dalla lotta allo spreco alle mense scolastiche)
- usare la gastronomia come strumento di sviluppo sostenibile e inclusione sociale
In questo senso Parma, Alba e Bergamo sono anche “laboratori” per il resto del Paese: mostrano come una città possa costruire una strategia sul cibo che tiene insieme economia, cultura, educazione e turismo.
Il quadro si completa con un altro tassello: nel 2025 l’Unesco ha riconosciuto anche la cucina italiana nel suo insieme come patrimonio culturale immateriale, sottolineando il valore sociale dei pranzi in famiglia, la varietà regionale e la trasmissione intergenerazionale dei saperi.
Insomma: tra città creative, paesaggi del vino, dieta mediterranea e – ora – cucina italiana nel suo complesso, la mappa Unesco racconta un’Italia in cui il cibo non è solo ciò che mettiamo nel piatto, ma una infrastruttura culturale.
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