Cantina Valle Isarco festeggia 65 anni con le nuove annate Aristos
In una delle valli viticole più verticali d'Italia, la cooperativa di Chiusa porta in tavola con sempre maggior successo i vini della sua linea alta. Un traguardo che sa di granito e di pazienza.
di Simone Pazzano
Ultima Modifica: 03/04/2026
A Chiusa, dove la Valle Isarco si stringe tra pareti dolomitiche, la vendemmia è ancora un lavoro artigianale. Il novanta per cento delle operazioni in vigna si svolge a mano: i 135 soci della Cantina Valle Isarco coltivano le loro parcelle su pendii con inclinazioni che arrivano fino al sessanta per cento, a quote comprese tra i 500 e i 1.000 metri. Sommando tutto il lavoro manuale, in queste vigne si lavora un terzo di ore in più rispetto alle zone collinari dell’Alto Adige dove la meccanizzazione è possibile. Questo è il punto di partenza, prima ancora di qualsiasi considerazione sul vino.
Nel 2026 la cooperativa compie 65 anni. Fu fondata nel 1961 da 24 famiglie che decisero di mettere insieme le loro vigne in una vallata dove la viticoltura, abbandonata quasi del tutto dalla fine del XIX secolo, stava faticosamente riprendendo forma. Il passato di questa terra, però, era tutt’altro che secondario: i semi d’uva e gli oggetti per la produzione del vino rinvenuti nella zona risalgono al 500 avanti Cristo, e nel Medioevo i vini di Chiusa e Bressanone erano già noti.
Indice
Un suolo, molti caratteri
La Valle Isarco è la zona viticola più settentrionale d’Italia, e considerata una delle più interessanti d’Europa per la produzione di vini bianchi. Il motivo non è solo geografico. “Abbiamo una varietà di microclimi e di vitigni molto interessante, distribuita su pendii aspri e versanti scoscesi, difficili da coltivare“, spiega Armin Gratl, direttore generale di Cantina Valle Isarco. “Terreni leggeri e poveri, pietrischi di origini glaciale e sedimenti fluviali, con basse rese intrinseche”.
La geologia cambia sensibilmente spostandosi lungo la vallata: granito nella zona di Novacella, fillade quarzifera nella parte centrale – una roccia simile all’ardesia che si disgrega facilmente e produce terreni ricchi di minerali -, diorite di Chiusa nel tratto omonimo, formazioni porfiriche vulcaniche nella Valle Isarco meridionale. A ciascuna composizione del suolo corrispondono vitigni diversi, e la scelta di cosa piantare e dove non è mai arbitraria.
A complicare ulteriormente il quadro ci sono le condizioni climatiche: gelate in inverno e in primavera, rischio di grandine in estate, erosione del suolo che ha reso necessaria la costruzione di terrazze sostenute da muri in pietra alti fino a due metri. “Ciascuna famiglia possiede un proprio maso circondato in media da circa un ettaro di vigna, curato e lavorato totalmente dalla famiglia“, racconta Gratl. “Non è un’area collinare ma montuosa, in cui le vigne partono da 500 metri a Chiusa per toccare quota 1000 metri di altitudine“. L’ottanta per cento delle viti non viene trattato con erbicidi: l’erba si taglia a mano.
E il novantacinque per cento della produzione è dedicato ai bianchi. Il Kerner è il vitigno principale, affiancato da Sylvaner, Grüner Veltliner, Gewürztraminer e Müller Thurgau. Il cinque per cento rosso ruota principalmente intorno al Pinot Nero, coltivato nella parte meridionale della valle.
I numeri di una crescita coerente
Dalla sede originaria del Maso Reinthalerhof – distrutta da un incendio nel 1962, ricostruita, poi abbattuta da una nevicata nel 1975 – la cantina si è spostata negli attuali locali di Chiusa nel 1978 e ha ampliato lo stabilimento nel 2005. Oggi conta 150 ettari vitati distribuiti in undici Comuni, da Bolzano fino a Bressanone, con 950mila bottiglie prodotte ogni anno in quattordici varietà e un totale di 32 etichette.
Il fatturato della cooperativa guidata dal presidente Peter Baumgartner ha raggiunto quota 7,6 milioni di euro, raddoppiato negli ultimi dieci anni. L’ottantacinque per cento viene dal canale Ho.re.ca. italiano, metà del quale in Alto Adige; il quindici per cento dall’estero. Negli ultimi cinque anni la cantina ha investito oltre due milioni di euro in strutture e tecnologie.
La linea Aristos: le nuove annate sul mercato
Aristos è la selezione che raccoglie le uve delle parcelle più vocate della cooperativa, con rese tra i 25 e i 50 ettolitri per ettaro. La produzione complessiva è di 100.000 bottiglie, distribuite su dieci etichette: nove bianchi e un rosso. Le annate 2024 per i bianchi, appena uscite sul mercato, confermano un profilo stilistico riconoscibile: vini costruiti sull’acidità e sulla mineralità più che sulla concentrazione, con affinamenti quasi sempre in acciaio o al massimo con un passaggio parziale in legno grande.
Il Kerner Aristos è l’etichetta più diffusa della linea, con 40.000 bottiglie. Vinificato in acciaio inox con sette mesi sulle fecce, esprime la varietà nella sua forma più diretta: naso di pesca e sentori aromatici, palato secco con un finale di noce moscata. È il Kerner che ha fatto conoscere la cantina fuori dalla provincia.
Sylvaner e Müller Thurgau completano il trittico dei vitigni storici della Valle Isarco. Il Sylvaner Aristos (25.000 bottiglie) fermenta per metà in botti di acacia e per metà in acciaio, un equilibrio che ammorbidisce senza addolcire, con aromi tra pesca, mela verde e una chiusura minerale che si prolunga bene. Il Müller Thurgau Aristos (10.000 bottiglie) viene invece da vigneti a 750-950 metri di quota, tra i più alti della linea: frutta gialla matura, agrumi e una sapidità incisiva al palato. È una delle interpretazioni più interessanti di un vitigno spesso sottovalutato.
Tre etichette lavorano su varietà che in Valle Isarco trovano condizioni meno scontate che altrove. Il Pinot Grigio Aristos (8.000 bottiglie) – da terreni argillosi tra i 550 e i 650 metri, fermentazione divisa tra quercia e acciaio – offre un profilo aromatico complesso e un sorso succoso che prende le distanze dalla versione più scontata di questa varietà. Il Pinot Bianco Aristos (5.000 bottiglie) ha un carattere più sottile, elegante, con frutta bianca e note di erbe di montagna. Il Sauvignon Aristos (8.000 bottiglie) viene dalla parte meridionale della valle, intorno a Campodazzo, su suoli alluvionali con porfido: erbaceo e vegetale al naso, vibrante e sapido al palato e funziona bene con il pesce crudo e i formaggi freschi.
Chiudono la serie bianca il Grüner Veltliner Aristos (10.000 bottiglie), floreale e speziato con una sapidità che definisce il profilo gustativo, e il Riesling Aristos (8.000 bottiglie), che porta al naso pesca, albicocca e mela cotogna su fondo minerale, con una struttura al palato che sorprende per raffinatezza nonostante la freschezza dominante. Infine il Gewürztraminer Aristos (10.000 bottiglie): speziato e aromatico, con chiodi di garofano e vaniglia che percorrono tutto il sorso.
Il rosso della linea: Pinot Nero Aristos
Tre mila bottiglie, annata 2023, uve di Campodazzo nella zona sud della vallata. Dopo macerazione a freddo, fermentazione in acciaio e in tonneaux aperti, il vino matura diciotto mesi sulle fecce in tonneaux, poi altri sei in bottiglia. Al naso ciliegia in primo piano, poi lampone e susina matura, con un accenno di spezie calde sullo sfondo. È un Pinot Nero che porta la firma dell’altitudine: agile, con frutto ben definito e una certa versatilità a tavola. Il potenziale del vitigno in questa zona è, per ammissione della cantina stessa, ancora in fase di esplorazione.
Le altre etichette di riferimento
Al di fuori della linea Aristos, la produzione di vertice della cantina comprende alcune etichette che occupano uno spazio a sé. Adamantis è la cuvée di testa: una blend di Sylvaner, Grüner Veltliner, Pinot Grigio e Kerner, in soli 2.000 esemplari dell’annata 2022 (prima produzione nel 2020), con diciotto mesi in barrique sulle fecce nobili e altrettanti in bottiglia. Granit 960 è invece un Kerner in purezza affinato in una vasca da 960 litri ricavata da un singolo blocco di granito della Valle Isarco: un pezzo unico, 1.000 bottiglie, annata 2024.
La linea Sabiona comprende invece un Kerner e un Sylvaner provenienti dai vigneti del monastero benedettino di Sabiona, sopra Chiusa: 2.500 bottiglie ciascuno, annata 2020, dieci mesi sulle fecce e un anno in bottiglia, con potenziale di invecchiamento tra gli otto e i dodici anni. Chiude il quadro Nectaris, passito da uve Kerner vendemmiate tardivamente: 1.500 bottiglie, annata 2022, cinque mesi di appassimento, tenore zuccherino al 38% e alcolicità finale al 10%.
Sessantacinque anni, per una cooperativa vinicola in una delle vallate più complesse d’Italia, non sono dunque un traguardo formale. Sono la misura di quante decisioni prese in controtendenza – restare nelle quote alte, puntare sui bianchi, tenere piccole le superfici per socio – abbiano trovato una direzione coerente nel tempo. Il doppio del fatturato in dieci anni ne è la prova lampante.
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