Festa della Polenta: a Storo c’è anche un libro di ricette

Ricette di Alessandro Gilmozzi, chef stellato, Giampietro Comolli, Donato Troiano e Franco Loreto. Mara Venier, Albano Carrisi, Maria Teresa Ruta, Bruno Gambacorta, Sveva Casati Modignani, Massimo Giletti

di Donato Troiano

Ultima Modifica: 06/10/2019

Domenica 6 ottobre, oggi ultimo giorno del “Festival della polenta” di Storo, borgo prealpino fondato dal popolo Retico, posto fra  le Dolomiti Trentine, il fiume Chiese, il lago di Ledro verso Madonna di Campiglio, che ha visto mobilitati qualcosa come 300 o 400 volontari. Una vera festa di popolo.

Edizione numero cinque, ricca come non mai di eventi

Ieri, sabato, presso il Salone della Società Cooperativa Agri ’90 – creata e voluta dal presidente Vigilio Giovannelli, una realtà che raccoglie, lavora e vende il prodotto di 350 ettari coltivati a granoturco oltre che a frutti del sottobosco coinvolgendo oltre 200 coltivatori – si è svolto l’incontro con un tema di estrema importante come “l’agricoltura sociale di montagna“.

Quindi non solo produzione agricola, ma ambiente rurale integrato. Tra gli altri è intervenuto Giampietro Comolli, esperto di distretti produttivi Doc e turistici.

“La agricoltura di montagna non deve più essere considerata solo una produzione agraria, una impresa tradizionale – dice Giampietro Comollima svolge una azione indiretta glocal che impone norme, sostegni, leggi europee diverse. L’agricoltore di montagna, giovane o anziano, ha una funzione vitale per il territorio e l’ambiente anche di vallata, di fondovalle, di pianura. Questa polifunzionalità deve essere sancita dalla Pac-Europa e recepita con forza dai Psr regionali. Solo così si farà una scelta concreta, di prospettiva, di occupazione, di sicurezza e di salvaguardia di un ambiente sempre più soggetto ad eventi estremi, difficili che necessita di un governo serio non solo a monte ma preventivo. La montagna deve essere dotata dei migliori sevizi all’impresa e alle persone perché queste restino. Non parlo di guardiani del parco, ma di imprese autonome che cooperano con gli enti locali: fondi e lavoro per salvare la montagna e di conseguenza i cittadini a valle“.

Una giuria di esperti e nutrizionisti designerà la “polenta dell’anno”

Oggi domenica 6 ottobre dieci polente in gara, giudicate da due giurie, una tecnica (fatta di giornalisti, agronomi ed esperti; ospite d’onore Alessandro Gilmozzi, chef stellato del Molin di Cavalese) e una popolare, composta da tutti gli ospiti, che potranno compilare la loro graduatoria.

Dieci polente: tre carbonère (di Storo, Condino e Praso), di patate concia (Val di Ledro), macafana e dei Busiàdar (Cimego), con le rape (Bondo), tiragna (Valle Sabbia), con le noci (Bleggio), polenta del moleta (Rendena). Costo tessera: 20 euro, con due bicchieri di vino o birra artigianale di Ledro e del Chiese, con omaggio della ciotola per le degustazioni, da non restituire.

E a conclusione della festa ci sarà anche la presentazione del libro

Oggi, a conclusione della festa la novità di questa edizione, la presentazione del libro “L’Oro di Storo”.

Il libro, con alcune “storiche prefazioni sulla polenta”, è impreziosito da tantissime ricette dei maestri cuochi polenter trentini ma anche di giornalisti, golosi di polenta e vip. Tra gli altri, Alessandro Gilmozzi, chef stellato del ristorante Al Molin, Giampietro Comolli, Donato Troiano e Franco Loreto. Mara Venier, Albano Carrisi, Maria Teresa Ruta, Bruno Gambacorta, Sveva Casati Modignani, Massimo Giletti.

Eccone solo alcune.

Alessandro Gilmozzi, chef stellato, FAGOTTINI DI GRANO SARACENO RIPIENO DI POLENTA E…
Donato Troiano e Franco Loreto POLENTA DI PIZZA (made in Villalfonsina) DEL LITORALE ABRUZZESE
Giampietro Comolli POLENTATA CON QUAGLIA E TARTUFO NERO DEL PO
Albano Carrisi POLENTA ALLA PUGLIESE
Mara Venier BACCALA’ AL FORNO CON POLENTA
Maria Teresa Ruta PANINO DI POLENTINA
Bruno Gambacorta SFOGLIA VEGETALE BESCIAMELLA RADICCHI E POMODORI
Sveva Casati Modignani POLENTINA CON BURRO FUSO E PARMIGIANO REGGIANO


Storia della Polenta

La polenta, oggi, si fa con la migliore farina gialla di grandi mais rossi “bramati” fine e grossolani. Una volta, questo piatto povero, era fatto con farro e segale, grano saraceno proveniente in Italia dall’Asia già prima dei Romani. La granella di mais o grano-turco (quella piccola e tondeggiante molto rossastra che poi viene detta “nostrano”) inizia ad essere coltivato alla metà del XVI° secolo secondo un testo della Repubblica di Venezia e verso la metà del secolo successivo aveva già preso piede in Veneto, Friuli, alta Lombardia e Polesine. E’ alla fine del XVII° secolo che si hanno le prime ricette di farina di mais con altri cereali per cuocere la polenta.

Termine di origine latina, da puls o pultem, già utilizzato per indicare tutti i piatti di farine cotte in acqua a base di cereali e legumi come farro, orzo, grano saraceno e faine di fave e castagne. L’esclusività dell’uso del mais, quello a grana rosso, tondeggiante e piccolo, tipico della alta collina e montagna perché più rustico e resistente, si ha con le prime ricette scritte autentiche e firmate da cuochi italiani verso il 1720-1730. Era un piatto che saziava, dava energia fisica, ci voleva poco perché cambiasse sapore e assorbisse quello di una acciuga, di qualche cicciolo, di una crosta di formaggio. I territori primari furono le colline di Venezia, le Prealpi trentine e lombarde, i colli friulani e ognuno diede la propria impronta.

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