Filiera food al femminile: in Italia 600mila donne-imprenditrici - InformaCibo

Filiera food al femminile: in Italia 600mila donne-imprenditrici

di Alessandra Favaro

Ultima Modifica: 26/11/2018

In Italia sono più di 600mila le donne alla guida di un’impresa agroalimentare della filiera food: il 29% del totale della filiera. Il settore è al terzo posto tra quelli con maggiore concentrazione femminile, dopo commercio e servizi, con un 18% di “quote rosa”.

E’ quanto emerge da una recente ricerca che l’Associazione Pink Lady Europe ha commissionato alla società di ricerca SWG al fine di indagare su:“L’imprenditoria al femminile nella filiera del food”. La ricerca è frutto di due indagini quantitative realizzate a ottobre 2018: la prima all’interno di un campione nazionale di 1000 donne di età compresa tra i 18 e i 65 anni, la seconda su tutto il territorio italiano tra 19 imprenditrici del settore agroalimentare e una foodblogger e un’indagine desk basata su dati Fao 2016, Eurostat, CREA, Istat e Unioncamere. Tutte sono state realizzate a ottobre 2018.

Per molte intervistate l’agroalimentare è stata una vera e propria scelta di vita. Per chi già conduce un’azienda prevalgono la passione (47% vs. il 17% delle donne) e le buone opportunità economiche (40% vs. 18%), oltre alla riscoperta di un mondo insieme antico e moderno (27% per entrambe le categorie). La motivazione preferita dalle donne non imprenditrici coinvolte nella survey la spinta a occuparsi di agroalimentare è la vita sana (53% vs. il 7% delle imprenditrici), a cui seguono la voglia di natura (30% vs. 20%) e il desiderio di ritrovare ritmi ormai dimenticati (21% vs. 7%). Le donne più delle imprenditrici vedono nell’agroalimentare anche grandi potenzialità di innovazione (13% vs. 7%).

 

Resiste il gender gap

Dall’indagine, che ha coinvolto un panel di imprenditrici e un campione di donne di età compresa tra i 29 e i 65, emerge che le imprese femminili crescono, ma resta il “gender gap”. In Italia infatti, nel 2017 le imprese al femminile erano oltre 1.331.000, pari al 21,86% del totale: 10.000 in più rispetto all’anno precedente e quasi 30.000 in più se confrontate con il 2014. Eppure, secondo i dati raccolti dalla Commissione Ue, nei 28 paesi membri le donne titolari d’impresa guadagnano in media il 6% in meno dei colleghi uomini: il “gender gap” resiste anche nell’imprenditoria. 

La presenza delle donne però si sta affermando, in Italia e a livello europeo. Eurostat ha rilevato che nell’Unione Europea il 37% della forza lavoro agroalimentare è femminile e un’azienda su cinque è condotta da una donna. A stimolarle sono il valore della filiera corta, l’importanza di “fare rete”, recuperare i terreni e preservare il paesaggio, prendersi cura del bene comune, reimparare dalla natura valori dimenticati, come l’attesa, l’osservazione, l’ascolto, le relazioni e le sinergie. 

L’imprenditoria: una scelta convinta e soddisfacente… 

L’indagine Pink Lady /SWG evidenzia che lo spirito imprenditoriale è nel Dna e nella storia personale delle imprenditrici intervistate: il 60% ha sempre avuto in mente di lavorare in proprio e la maggior parte, ben l’80% viene da una famiglia con un’azienda nel settore agroalimentare. 

Per il 54% lavorare in agricoltura è stata una scelta (immediata o maturata nel tempo), per il 40% un’occasione e solo per il 6% un ripiego. Due terzi delle intervistate si è dichiarata molto soddisfatta della strada intrapresa. 

Anche le non imprenditrici intervistate hanno mostrato il loro interesse per il mondo del food: se vi fossero le condizioni, il 18% ambirebbe senza esitazione a diventare imprenditrice in quel settore, il 48% la vedrebbe come una eventualità probabile, mentre solo il 6% la esclude a priori. 

 

…anche se non mancano le criticità 

Tra le difficoltà per chi fa imprenditoria nell’agroalimentare al primo posto c’è la difficoltà di accesso al credito (47%) e ai servizi di prossimità nelle aree rurali (40%), l’impreparazione del mercato all’innovazione (20%), lo scarso accesso di queste attività alla ricerca (20%), l’insufficienza di corsi di formazione accessibili e adeguati (13%). Le intervistate ammettono poi una limitata esperienza di marketing e comunicazione (27%), la difficoltà di conciliare lavoro e famiglia (27%) e i servizi informatici e tecnologici (7%). 

 

 

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L'Autore

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