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Firenze: Il Mercato centrale di San Lorenzo

di Informacibo

Ultima Modifica: 11/01/2016

Scintillante di luci, si è riappropriato del suo spazio accanto alla Chiesa di San Lorenzo, quindi centralissimo. Vi si può far la spesa, accomodarsi per far due chiacchiere, mangiare genuino in quanto in cucina si usano solo prodotti del mercato, fare un giro per curiosare fra le botteghe artigianali. Il tutto senza bisogno di correre: infatti è aperto dalle dieci del mattino a mezzanotte ed oltre alla comodità dei mezzi  ha anche il parcheggio sotterraneo.

E’ un mercato coperto nato dall’idea di Umberto Montano che con Claudio Cardini ha dato vita al progetto che restituisce a Firenze uno dei suoi luoghi più tradizionali. Si è ripristinata l’opera in cemento, vetro e ghisa risalente al 1874, voluta nel breve periodo in cui Firenze fu capitale d’Italia.  Richiama le Halles a Parigi ed è opera dell’arch. Mengoni che, all’epoca, lavorava contemporaneamente alla costruzione della Galleria Vittorio Emanuele di Milano.

Il mercato si presenta come una grande piazza coperta con ben dodici botteghe dove assaggiare ed acquistare specialità locali. Vi si trova di tutto, pane, pasticceria, cioccolato, formaggi, pesce fresco, frutta e verdura, il fritto e le polpette, la pasta fresca, la pizzeria, carne e salumi, le mitiche fiorentine, l’enoteca, l’enoscuola, la birreria, la caffetteria, la libreria, la scuola di cucina. Se pensiamo ai salumi perché non assaggiare la finocchiona? Gustarla su una bella fetta di pane toscano, rallegrata da pecorino fresco, fa rivivere il senso dei ricordi e assaporare l’aria di Toscana. E’ un insaccato che risale al medioevo quando il costo del pepe era alle stelle. Per risparmiare, ma dare ugualmente sapore al macinato si pensò di aggiungere all’impasto i semi di finocchio. Il gusto  tanto piacque che il salume è arrivato fino a noi.

Non poteva mancare lo stand dedicato ai cibi di strada che ci mostra in primo piano il lampredotto. A  Firenze il panino al lampredotto è una istituzione, sempre presente sui banchini dei trippai, piccoli chioschi su quatto ruote che fanno parte della vita della città. E’ un piatto forte e vigoroso a base di trippa per stomaci audaci. Il lampredotto è cucinato con la gala, parte magra dello stomaco dell’animale, molto saporita,  caratterizzata da creste tendenti al viola  e con la spannocchia,   più grassa, dal colore più tenue. Viene servito nel toscanissimo panino chiamato semelle con l’aggiunta di condimenti a scelta. La domanda rituale è “lo vuole bagnato?” In caso affermativo la calotta superiore della semelle viene tuffata nel sugo del pentolone e il panino servito gocciolante e saporito. Prende il nome dalla lampreda, una anguilla primordiale anticamente abbondante in Arno, ormai sparita. In esso si rivivono le tradizioni più popolari, un piatto che è passato indenne attraverso i secoli sorridendo, con ironia, all’avanzare  della storia e della cultura della città.

Non può passare inosservata l’enoteca in quanto la Toscana, fra le numerose etichette,  ci propone il Chianti, vino tanto avvincente da potersi definire di una ruralità aristocratica. E’ proprio l’eccellenza del prodotto a determinare  questa esclusività. Il Chianti Classico è un prodotto DOCG che vanta un meraviglioso equilibrio di aromi e delicatezza. Colore rosso rubino,  profumo fruttato intenso, sapore rotondo e morbido dal finale elegante; prodotto con uve Sangiovese, con l’aggiunta di piccole percentuali di Cabernet Sauvignon, Merlot e Syrah,  affinato per dodici mesi in botti di rovere e per otto mesi in bottiglia.   Un nettare che tutto il mondo ci invidia: un vino che  ha un legame ancestrale fra  terra e vigna che ci porta lontano:  in un sito archeologico etrusco sono stati ritrovati acini e baccelli risalenti a ventitré secoli fa.

Se a tavola si degusta Chianti, anche la cucina deve essere all’altezza: la stessa sobrietà misurata,  grande accortezza e cultura anche nei cibi. Ottima la bistecca alla fiorentina che per essere definita tale deve essere cotta  su brace di carbone di legna di quercia, leccio o ulivo;  è un taglio della lombata del vitellone di razza chianina e mette in evidenza il caratteristico osso a “T” che ha il filetto da una parte e il controfiletto dall’altra. Pellegrino Artusi la spiega così: “ Non è altro che una braciola col suo osso, grossa un dito e mezzo, tagliata dalla lombata”. La tradizione fa risalire questo piatto all’epoca dei Medici quando, per festeggiare San Lorenzo il 10 Agosto, la città veniva illuminata da grandi falò sui quali arrostire carni di vitello da distribuire alla popolazione.

Firenze ha molti mercati tipici fra cui il Mercato delle Pulci in piazza dei Ciompi aperto tutti i giorni dalle 9 alle 19,30. L’ultima domenica del mese si estende nelle vie circostanti. Un giretto è un ottimo passatempo, vi si può trovare di tutto: libri polverosi, mobili e oggetti di antiquariato, dipinti, monete, gioielli e, con un po’ di buona sorte, un “tesoro” da scoprire!
Il Mercato del Porcellino è in piazza della loggia del Mercato Nuovo. Non si può non incontrarlo, è sufficiente addentrarsi tra piazza della Signoria per andare al Ponte Vecchio, per la precisione all’incrocio  fra via Calimana e via Porta Rossa ed ecco la fontana del  Porcellino, in realtà un cinghiale in bronzo. Toccare il muso del porcellino porta fortuna, ma per ingraziarsi la dea bendata occorre appoggiare una moneta alla bocca dell’animale e se questa scivolando cade nella grata sottostante, il desiderio espresso si avvererà. La loggia risale al 1547 e venne fatta costruire da Cosimo I Medici in qualità di mercato di tessuti preziosi e oreficeria. Nell’ottocento divenne il mercato degli splendidi cappelli di paglia fiorentini. Ora vi si vendono tovaglie, arazzi, foulards in seta, guanti, borse, pelletterie, carta fiorentina e souvenirs. Al centro della loggia si trova “la pietra dello scandalo”. E’ un rifacimento marmoreo che riproduce sul pavimento in grandezza naturale una delle ruote del Carroccio, nei secoli simbolo della Repubblica Fiorentina sul quale veniva issato il gonfalone della città. Intorno ad esso si riunivano le truppe fiorentina prima di ogni battaglia. Nel rinascimento ha pure avuto un’altra funzione: era la pietra di punizione dove venivano incatenati i debitori insolventi. “Ostendendo putenda et percutiendo lapidem culo nudo”.
Le usanze sono usanze, ovvero un piccolo intrigante mondo.

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Capo Redattore