Barbera d’Asti o Nizza? Due bottiglie dalle stesse vigne per capire cosa cambia - InformaCibo

Frasca La Guaragna e il Nizza: dalla ricerca delle vigne a La Veja

Un produttore musicale di New York, un enologo di Asti e una vigna del 1930: la storia della cantina astigiana e del suo Nizza DOCG

di Simone Pazzano

Ultima Modifica: 03/11/2026

«Tutte le volte cercavano sempre di non farmi vedere il centro della vigna». Matteo Gerbi parla di quattro ettari ad Agliano Terme, nel Monferrato astigiano, che tra il 2017 e il 2018 è andato a vedere più volte con i proprietari, in cerca di Barbera vecchia. Un giorno, da lontano, è riuscito però a notare in mezzo alla vigna filari strettissimi e piante rigogliose dai tronchi grossi. Al centro c’era poco meno di mezzo ettaro di viti che le carte fanno risalire al 1930 circa e una cosa simile, dice, non l’aveva mai vista.

Quel mezzo ettaro oggi si chiama La Veja, “la vecchia” in piemontese, e dà circa 2.800 bottiglie l’anno con la firma di Frasca La Guaragna, la cantina di Nizza Monferrato che Gerbi ha fondato con Curt Frasca, produttore musicale italo-americano di New York. I due cercavano vigne per un progetto costruito quasi tutto su un’uva che in Piemonte si è sempre bevuta quasi senza farci troppo caso, la Barbera, e su una denominazione giovane, il Nizza DOCG. Seguire il loro lavoro aiuta anche a orientarsi davanti allo scaffale, per capire cosa separa un Nizza da una Barbera d’Asti.

Nizza DOCG: una denominazione giovane per la Barbera

Il Nizza DOCG è Barbera in purezza e prende il nome da Nizza Monferrato, in provincia di Asti: nasce in 18 comuni intorno al paese, contro i circa 160 della Barbera d’Asti. Nel 2000 era una sottozona di quella denominazione, nel 2014 è diventato una DOCG autonoma e le prime bottiglie hanno cominciato a girare nel 2016. Una decina di anni fa i produttori erano circa 25. Oggi sono 97 e da giugno 2026 hanno un Consorzio di tutela tutto loro, riconosciuto dal ministero dell’Agricoltura. Seppur in crescita, i numeri restano piccoli: circa un milione di bottiglie vendute nel 2025, di cui più della metà all’estero.

La Barbera ha conosciuto stagioni di produzioni abbondanti e qualità scarsa e Gerbi vorrebbe superare «l’idea del vino non di grande qualità», senza rinnegarne ovviamente il lato quotidiano. A lui interessa far sentire anche il resto, l’altro lato della medaglia, «la ricchezza della Barbera».

Come è nata Frasca La Guaragna

Curt e Gerbi
Curt Frasca e Matteo Gerbi

Curt Frasca – Curtis, per esteso – ha origini italiane e una carriera nella discografia alle spalle. Girando il Nord Italia si è avvicinato prima a Barolo e Barbaresco, poi ha trovato casa a Nizza, dove oggi passa una settimana ogni tre. Gerbi è astigiano, da bambino «anziché andare all’asilo» preferiva la vigna del nonno e quando si sono conosciuti, a fine 2017, aveva alle spalle otto anni da primo enologo in Langa. «Ho sempre fatto quelle cose a casa d’altri, quindi nel cortile lì di fronte che per noi è le Langhe, però io sono del Monferrato». Si sono stretti la mano nel giro di due minuti e dopo pochi giorni Gerbi aveva già lasciato il suo posto.

Sono partiti «da un foglio bianco» e da molte bottiglie assaggiate insieme, fino a trovare un criterio da tavola per i loro vini: «una bottiglia, due persone ad un tavolo se la possono finire senza pensare due volte, che sia il nostro Riesling fresco a giugno o che sia La Veja in una sera invernale».

Poi sono andati a cercare le vigne adatte a quell’idea. Hanno camminato su più di 250 ettari, analizzato oltre 100 campioni di suolo e confrontato i cloni, cioè le diverse selezioni di una stessa varietà, per tenerne alla fine 25: uno su dieci. Il primo acquisto è stato La Guaragna, una decina di ettari alle porte di Nizza, e il nome della cantina viene da lì, dall’incontro tra Frasca e quella tenuta. Gli altri vigneti stanno ad Agliano Terme, a Moasca e all’Annunziata, sempre a Nizza. La Barbera occupa attorno al 70% della superficie, accanto a Freisa, Grignolino, Arneis, Riesling e Moscato Bianco.

Dalla vigna alla bottiglia fa tutto un gruppo di dieci persone, tutte astigiane. La prima vendemmia è la 2019, le prime bottiglie sono uscite tra la fine del 2021 e l’inizio del 2022. La produzione oggi è di circa 80.000 bottiglie, per tre quarti destinate all’estero: la Svezia è il primo mercato, gli Stati Uniti il secondo.

In vigna il problema è conservare la freschezza, che della Barbera è il tratto più riconoscibile. Ogni appezzamento ha la sua stazione meteo, il lavoro segue la certificazione SQNPI (il sistema nazionale di produzione integrata, che regola e limita i trattamenti) e tra i filari l’erba viene lasciata crescere perché trattenga l’acqua: a giugno, dice Gerbi, le vigne «sembrano semplicemente delle piccole giungle». Le foglie che fanno ombra ai grappoli restano al loro posto. Quindici anni fa, quando studiava in Spagna, le estati lunghe e secche gli sembravano «un presente non possibile». Adesso ci lavora dentro.

Per ora si vinifica a Canelli, dove una sala degustazione accoglie già le visite. Entro la primavera del 2028 tutto si sposterà alla Guaragna, nella cantina nuova in costruzione in zona Unesco: la parte produttiva starà sottoterra, un impianto solare dovrebbe garantire l’autonomia energetica per 330 giorni l’anno e le porte saranno aperte sette giorni su sette.

Stesse vigne, due etichette: cosa separa la Barbera d’Asti dal Nizza

La Barbera d’Asti DOCG e il Nizza DOCG di Frasca arrivano «dalle stesse zone, dalle stesse vigne», racconta Gerbi, e tutte le parcelle di Barbera dell’azienda stanno dentro il perimetro del Nizza. La scelta si fa assaggiando: una quindicina di parcelle viene vinificata separatamente e a fine affinamento si decide dove va a finire ciascuna. Le vigne che danno più freschezza, come alcune esposte a nord-est, entrano soprattutto nella Barbera d’Asti; quelle con più intensità e struttura, in genere più vecchie (età media 35 anni contro 25), nel Nizza. Le proporzioni cambiano ogni anno: «non ci sono ingredienti fissi».

In cantina il lavoro comincia allo stesso modo. Le uve vengono pigiate con delicatezza, lasciando intera una parte degli acini, e restano a contatto con le bucce per 20-30 giorni, una durata che Gerbi stesso definisce «un po’ anomala» per quest’uva. Nel frattempo non si fanno follature, il gesto con cui il cappello di bucce che sale in superficie viene spinto nel mosto: bastano pochi rimontaggi (il mosto ripreso dal basso e riversato sulle bucce), giusto per aiutare i lieviti. L’idea è ottenere con il tempo gli aromi che i primi giorni non danno, senza rovinare la buccia.

Dopo, la Barbera d’Asti resta in acciaio e riposa a lungo in bottiglia, mentre il Nizza passa sei mesi in botte grande, il minimo che il disciplinare chiede su 18 mesi di affinamento, per ammorbidire il tannino e addolcire «qualche angolo» che l’acidità mostra da giovane: «però non vogliamo assolutamente toccare il naso».

Nel bicchiere la Barbera d’Asti 2023 sta sulla ciliegia e sui piccoli frutti, con una certa pienezza e la sua freschezza; il Nizza 2021 ha un frutto più scuro, qualche nota di evoluzione appena accennata e un sorso più lungo.

Della prima si fanno intorno alle 40.000 bottiglie, quasi la metà della produzione, in enoteca sta intorno ai 15 euro ed è al meglio entro cinque anni dalla vendemmia. Del secondo ne escono sulle 10.000, a 20-22 euro, da aprire tra i cinque e i sette anni. Per riconoscerli sullo scaffale: fasi lunari sulla prima, una farfalla sul secondo. I disegni, come tutti quelli della cantina, sono di Giorgio Sommacal, il fumettista torinese che ha lavorato anche a Cattivik e Lupo Alberto.

Per sentire la differenza si possono aprire insieme. Federico Raviola, responsabile commerciale dell’azienda, scommette che i due bicchieri si vuoteranno alla stessa velocità, con il Nizza che aggiunge concentrazione e lunghezza senza perdere la piacevolezza. Gerbi la mette in termini da atletica, una Barbera «con dei bei muscoli ma belli snelli, ecco, che sappiano fare sia i 100 metri che i 5.000». A Wine Paris, ricorda Raviola, nel giro di pochi minuti un importatore thailandese e uno brasiliano gli hanno fatto lo stesso discorso: che questi vini si adattano bene ai loro piatti.

cantina Frasca La Guaragna


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Grignolino, Freisa e il Riesling che cerca il mare

Accanto alla Barbera la cantina lavora altre uve, in quantità piccole: quelle di casa e una adottata. Il Grignolino d’Asti DOC viene da una vigna attaccata a quella de La Veja e Gerbi ricorda quelli di quando era ragazzo, «estremamente tannici e complicati». Il tannino è il carattere di quest’uva e lui lo vuole vellutato. Ci arriva con una macerazione a freddo: le uve, pigiate piano, riposano quattro o cinque giorni in vasca a 5 °C e cedono frutto, aromi e colore prima che parta la fermentazione. Pochi giorni dopo l’avvio il liquido viene separato da bucce e semi: il momento si decide assaggiando, due o tre volte al giorno. Il Grignolino 2024 profuma di fragola e se ne fanno 5-6.000 bottiglie, con gli archi delle volte piemontesi in etichetta. Va bevuto nei primi tre anni.

La Freisa d’Asti DOC, uva con un DNA vicino a quello del Nebbiolo, nasce a Moasca, da viti di vent’anni su marne di Sant’Agata Fossili ricche di sabbia, gli stessi sedimenti marini che a La Morra stanno sotto il Barolo. Il 30% delle uve fermenta a grappolo intero, per spingere il frutto, e il vino passa quattro mesi in botte grande. In etichetta c’è una gazza; nel bicchiere rosa, lampone e un tannino levigato, meglio tra i tre e i cinque anni.

Il Riesling è l’uva adottata e l’idea è venuta dal terreno. Quando nel 2019 hanno cominciato a preparare il suolo alla Guaragna, in alcuni punti sono saltati fuori sabbie e ciottoli di fiume, probabile traccia di un antico corso d’acqua, e Gerbi ha pensato a un paio di cloni che lì potevano funzionare. La vigna guarda a nord-est e così tiene i profumi anche in annate calde. Il Tardoché 2023, Piemonte DOC Riesling, affina in acciaio e poi a lungo in bottiglia, dove è rimasto quasi tre anni prima di uscire. Ne escono 4-4.500 bottiglie, sui 20 euro, e può reggere otto o dieci anni.

«Il grosso della partita per me questo vino se lo gioca in bocca con la mineralità e la salinità», dice Gerbi. In azienda lo chiamano «il sogno di portare il “marìn” (il vento che soffia dal mare) in un vino dalla spiccata salinità e freschezza». Il disegno in etichetta è la Via del Sale, la rete di percorsi che univa queste colline alla costa ligure, e una di quelle strade «passava proprio sotto la Guaragna».

Dalla stessa sabbia viene il Sèj, Monferrato DOC Bianco con l’85% di Arneis e il 15% di Riesling: la pesca e i fiori bianchi del primo, la freschezza del secondo. Resta in acciaio, con bâtonnage (il rimescolamento delle fecce fini) fino a febbraio, e in etichetta ha il cielo stellato della Guaragna nelle notti d’estate. È un vino da bere giovane, anche se può evolvere per qualche anno.

La Veja, la vigna in mezzo alla vigna

Al centro di quei quattro ettari, quelli raccontati all’inizio, i filari stanno a un’ottantina di centimetri l’uno dall’altro, troppo vicini per un trattore, e si lavora a mano. Le carte, che risalgono al registro viticolo di allora, danno il vigneto piantato nel 1929 o nel 1930, ma alcune piante, con «tronchi che sembrano degli olmi», sono probabilmente centenarie. Mancano pochissime viti, cosa rara per una Barbera così vecchia, e circa il 5%, stima Gerbi, è ancora a piede franco, cioè senza il portainnesto americano che si è diffuso dopo la fillossera.

Le viti sono tutte di Barbera. Le marze, i tralci da innestare, allora non si compravano: «non era andare all’emporio e comprare delle marze, era chiedere al vicino, chiedere all’amico, ho bisogno di 20 piante, ho bisogno di 50 piante, devo fare un filare in più». Così, passando dal proprietario al cognato, nel mezzo ettaro si è formato un miscuglio di cloni. Alcuni si riconoscono, altri no, e diversi sono probabilmente quelli che negli ultimi trent’anni i vivai hanno lasciato cadere perché poco produttivi e quindi poco richiesti.

La prima volta che l’ha potata, a Gerbi «tremavano un po’ le mani». Adesso i tralci di quelle viti danno nuove piante, per un vigneto nuovo e per sostituire le viti mancanti altrove, e quel miscuglio comincia a uscire dal suo mezzo ettaro.

In origine quell’uva doveva finire in una Barbera. Dopo la prima vendemmia, con il vino ancora in vasca, è stato Raviola a sostenere che meritava un’etichetta sua, dentro il Nizza. In cantina segue la stessa strada del Nizza portata più in là, con macerazioni che in certe annate arrivano a 45 giorni, poi acciaio e sei mesi in una botte grande usata.

La Veja 2021 ha un naso di frutti rossi e viola e tannini delicati, chiede più pazienza degli altri e arriva al suo momento intorno ai sette anni dalla vendemmia. In etichetta c’è una quercia scossa dal vento, in enoteca sta sui 45-50 euro e le bottiglie sono numerate a mano da Gabriele, che ha scritto così bene la prima etichetta di prova che da allora tocca sempre a lui. «E se anche fossero semplicemente 800 bottiglie, continueremmo a farlo perché è il nostro modo di raccontare questa vigna che è passata attraverso tempeste, grandini, vigne tolte intorno e guerre».

Piccole quantità arrivano su tutti i mercati di Frasca: il partner thailandese le propone ad alcuni ristoranti stellati di Bangkok, dove il vino viene presentato per l’età della vigna prima ancora che per la denominazione.

A Natale, dopo la prima vinificazione, Gerbi e i suoi sono andati a casa delle due persone anziane che negli ultimi sessant’anni si erano prese cura di quella vigna, vendendo l’uva alla cantina sociale, per far assaggiare loro cosa ne era uscito. La risposta, in quello che Gerbi chiama «il vero spirito piemontese, dolce ma duro», è stata: «grazie, però noi non possiamo bere vino». Sono rimasti un po’ perplessi, «però quella è un’espressione del carattere della Veja, secondo me, che ha bisogno del suo tempo per aprirsi», conclude Gerbi.


Per altre storie e news come questa, leggi: Racconti di spirito, la mia rubrica dedicata al mondo del vino e degli spirits.

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L'Autore

Giornalista

Scrivo "nel bere e nel mare". Amo raccontare le storie che finiscono nei nostri bicchieri e tutto ciò che riguarda il Mediterraneo. Ne parlo su testate di settore come Informacibo.it e Osserva Beverage (La Repubblica). Curo "Onde", una newsletter sulla comunicazione e "Blu Mediterraneo", per gli amanti del mare.