Il Moscato di Roccalanzona al centro del Convegno di sabato 7 giugno a Medesano (Parma) sul tema BIODIVERSITA': ovvero, radici e futuro di un territorio - InformaCibo

Il Moscato di Roccalanzona al centro del Convegno di sabato 7 giugno a Medesano (Parma) sul tema BIODIVERSITA’: ovvero, radici e futuro di un territorio

di Informacibo

Ultima Modifica: 05/06/2014

di Raffaele D'Angelo

Sant'Andrea Bagni 5 giugno 2014. Biodiversità: radici e futuro di un territorio” è il titolo del convegno che si terrà sabato 7 giugno alle ore 10,00 nella sala civica Romano Gandolfi in Via Europa 9 a Medesano, in occasione di “Food and Wine Festival” per la Festa della Pentecoste che si svolgerà a Sant'Andrea Bagni, promossa dalla Pro loco.

L’intento degli organizzatori è quella di richiamare l’attenzione sul Moscato di Roccalanzona, antico vitigno approdato in epoche remote del quale non si hanno sufficienti notizie. Ne rimangono poche piantane e se non si interviene subito, sarà destinato all’oblio. La sua valorizzazione potrebbe rappresentare un’opportunità di sviluppo per il territorio, oltre alla salvaguardia della biodiversità in questo angolo della provincia.

Tale particolare argomentazione sarà trattata da un relatore di eccezione, il Prof. Mario Fregoni, già Ordinario della Cattedra di Viticoltura all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza e Presidente onorario dell’OIV (Organisation Internationale de la Vigne et du Vin).

La domanda a cui si cercherà di rispondere, è da dove viene e come mai questo vitigno, Moscato rosso di Roccalanzona, si sia allocato su questo lato dell’Appennino parmense: senzaltro è un compito arduo, ma che con l’aiuto delle istituzioni e delle moderne tecniche ampelografiche, forse si riuscirà a dare risposte soddisfacenti.

La coltivazione della vite risale a circa 7000 anni fa, ad opera degli abitanti della Mesopotamia, precisamente tra il Tigri e l’Eufrate, quali sumeri, accadi, assiri, babilonesi e ben presto divenne bevanda di re e sacerdoti ed il vino iniziò sempre di più ad assumere un significato sacrale: basta ricordare Bacco per i romani e Dionisio per i greci, così pure per l’importanza che riveste tutt’ora nella religione ebraica e cristiana.

I persiani portarono l’uva in tutto il Mediterraneo intorno al 1500 a. C. e gli antichi greci, alcuni secoli dopo intorno al VIII° secolo a. C., approdando nelle coste dell’Italia meridionale, secondo alcuni, chiamarono parte dell’attuale Calabria, Enotria, cioè “terre delle viti a palo secco”.
Furono in queste colonie della Magna Grecia che si diffusero nuove varietà portate dalla madre patria, aminee (introdotte dai Greci) e le apianee, (perché attiravano le api), quindi gli acini dolci attiravano api e mosche: da qui il termine moscato che comprendeva tutte le uve aromatiche. La predilezione per i vini dolci da parte dei greci viene documentata da Dioscoride – I sec. a. C. – nell’Iliade che cita il pramnio, un vino dolce ricavato dall’uva appassita.

I romani capirono l’importanza del vino per i loro commerci e diffusero la vite in tutto il loro immenso impero.
Alla fine del III° sec. d. C., l’imperatore Diocleziano, che si servì di mercenari provenienti dai Balcani e dall’Armenia, zone storicamente vocate alla coltivazione della vite, con al seguito famiglie e con tutto ciò che erano le loro tradizioni, costumi e quanto potesse ricordare loro la terra natia, portarono delle varietà locali di ceppi di vitigni che si mischiarono, ancora una volta, con quelli già presenti sul territorio della repubblica, anzi, impero romano.

Con la caduta del Sacro Romano Impero d’Occidente – 476 d. C. – furono i monasteri e le abbazie a salvaguardare le innumerevoli specie di vitigni che si erano adattati nel territorio della penisola.
In tempi a noi meno remoti, furono i veneziani, i quali avevano in mano il commercio di tutto ciò che fosse, appunto, commercializzabile, acquistavano vini dolci dai porti dei Balcani e li distribuivano in tutto il bacino del Mediterraneo, Europa continentale compresa. Erano sempre i vini dolci ad essere apprezzati, anche a causa della maggior conservabilità che gli zuccheri riuscivano a conferire. Le navi della repubblica veneziana si rifornivano di vino soprattutto nel porto di Μονεμϐσσίά – Monemvassìa – a quei tempi era la penisola del Peloponneso, diventata poi un’isola a seguito dello scavo del canale di Corinto, da cui il nome “veneziaggiato” in malvagia prima, poi definitivamente in malvasia, per evidenziarlo dagli altri vini dolci, buoni, ma non altrettanto preziosi e perciò ricercatissimo ed apprezzato in tutta Europa.
In questo peregrinare di popoli, incroci di diverse varietà, giace la risposta del tema del convegno, l’arduo compito dato dagli organizzatori agli studiosi, sarà dunque di tracciarne il suo viaggio/peregrinare e capire le origini di questo Moscato rosso di Roccalanzona, mentre agli agronomi il compito di classificarlo e di restituirgli la sua fortuna, con la speranza che un giorno grazie al “Food and Wine Festival” potremo tornare a brindare con questo dolce nettare che si è acclimatato nelle colline parmensi.

Lo Speciale INformaCIBO su Food & Wine Festival a Sant'Andrea Bagni

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Capo Redattore