Non è solo un bollino. Mauro Rosati prova a spiegare all’Italia cos’è davvero una DOP
"La filosofia della DOP Economy" è uscito per Treccani lo scorso aprile. È un saggio, un manifesto e forse anche una scommessa culturale.
di Alessandra Favaro
Ultima Modifica: 07/05/2026
C’è una domanda che mi faccio ogni volta che mi trovo davanti a un prodotto DOP che magari a volte ha anche un prezzo superiore ad altri “simili”: ma chi acquista sa davvero cosa sta comprando? Sa cosa significa quel marchio, cos’è un disciplinare, quanti controlli ci sono dietro, quante famiglie ci vivono? Quasi mai.
Mauro Rosati, direttore di Fondazione Qualivita (nella foto in altro, durante la presentazione del libro, insieme a Paolo de Castro, Professore ordinario di Economia e Politica Agraria UNIBO, ndr) e tra le menti più creative e lucide del sistema agroalimentare italiano, ha deciso che era arrivato il momento di raccontare, divulgare e far conoscere questa grande ricchezza. Lo scorso mese è uscito per Treccani il suo libro “La filosofia della DOP Economy — Come il cibo di qualità può generare cultura, comunità e futuro”. Trecentosettantasei pagine con prefazione di Umberto Galimberti. Non un manuale tecnico: un saggio pop, come lo definisce lo stesso autore. Un libro che prova a dare alle sigle DOP e IGP il peso culturale che si meritano.
Indice
Un concetto, tre modi per esprimerlo, un libro per approfondirlo
Rosati aveva coniato l’espressione DOP Economy già da anni, e da allora è progressivamente entrata nel lessico del dibattito internazionale sulle filiere alimentari di qualità. Il libro è la summa teorica di quel percorso: una riflessione organica su cosa sono davvero le Indicazioni Geografiche italiane, aldilà dei numeri di export e dei comunicati stampa dei consorzi.
Il volume si struttura in tre parti. La prima approfondisce la filosofia del sistema: i valori che lo strutturano, come economia, cultura, identità, comunità, istituzioni, democrazia; elementi che prendono forma nelle filiere produttive e nei territori, disegnando un modello alternativo alla standardizzazione globale del cibo.
La seconda parte è geografica: una mappa delle piattaforme produttive italiane, degli effetti concreti delle filiere DOP e IGP nei rispettivi contesti economici e sociali. Rosati recupera il patrimonio storico e culturale da cui i prodotti a Indicazione Geografica hanno avuto origine, mostrando la continuità di una tradizione che pur trasformandosi ha conservato il legame con i luoghi e con le comunità.
La terza guarda al futuro: risultati, esperienze e criticità che oggi attraversano il sistema italiano. Il rapporto con la distribuzione, la sostenibilità ambientale, il ricambio generazionale, la tenuta delle comunità produttive. L’idea conclusiva — l’architettura civile della DOP Economy — è che il valore si costruisce lungo l’intera filiera attraverso qualità del lavoro, trasparenza e radicamento territoriale.
«Una delle espressioni più significative del rinascimento agroalimentare italiano che nell’ultimo quarto di secolo ha accompagnato l’affermazione del made in Italy nel mondo.»
Treccani e Galimberti: un posizionamento non casuale
Non è un dettaglio secondario che il libro sia pubblicato da Treccani e con la prefazione di Umberto Galimberti. La scelta editoriale indica la voglia di portare la DOP Economy nel dibattito culturale alto, non solo in quello tecnico-economico, ma raggiungere anche tutti. Treccani sta costruendo una saggistica ibrida, divulgativa ma autorevole, e il volume di Rosati si inserisce perfettamente in quella linea.
Galimberti, con la sua riflessione sul rapporto tra identità e cultura materiale, orienta il testo verso una lettura filosofica del cibo come elemento identitario. Il sottotitolo, “Come il cibo di qualità può generare cultura, comunità e futuro”, è quasi una risposta a quella impostazione: il cibo non come oggetto di consumo ma come infrastruttura civile.
Un tour che parla da solo: dai consorzi alle università
Il tour di presentazioni racconta bene le intenzioni: Ca’ Foscari a Venezia il 7 maggio, la Basilica Palladiana di Vicenza con il Consorzio dell’Asiago DOP l’8 maggio, il Salone OFF di Torino il 16 (in collaborazione con Coldiretti), il Consorzio dell’Aceto Balsamico di Modena IGP il 19, Montalcino il 21, il Consorzio del Grana Padano a Desenzano del Garda il 23. Una mappa che attraversa le filiere più importanti del paese, portando il libro direttamente nei luoghi che rappresenta.
Vale la pena notare un dettaglio: una parte dei diritti d’autore verrà devoluta all’APPIGMAC, l’associazione per la tutela dell’IGP Madd della Casamance in Senegal. Un gesto che allarga la riflessione oltre i confini italiani, verso una dimensione globale del sistema delle Indicazioni Geografiche.
Cosa funziona
Il libro ha sicuramente il merito di rendere divulgativo un tema che fino ad oggi è rimasto confinato agli addetti ai lavori. La capacità di Rosati di costruire una cornice teorica dietro concetti come autenticità, territorio, comunità e filiera, oggi spesso ridotti a slogan di marketing, è uno degli apporti più utili di questo testo.
Altrettanto prezioso è l’approccio interdisciplinare: non solo economia, ma sociologia del cibo, geografia culturale, governance territoriale. È la direzione giusta per chi vuole capire perché una DOP è un fatto politico e non solo commerciale.
Perché leggerlo, anche se non sei un addetto ai lavori
Esiste una ragione pratica, non solo culturale, per avvicinarsi a questo libro: capire cosa c’è davvero dietro una certificazione aiuta a fare scelte migliori. Non nel senso retorico del «consumatore consapevole», ma in senso concreto: sapere che quel pecorino di montagna o quell’olio della Riviera Ligure portano con sé un modello di sviluppo territoriale, un sistema di controlli, una comunità che ci lavora, cambia il modo in cui lo si acquista — o non lo si acquista.
Se sei tra quelli convinti che una DOP sia solo un logo su una confezione, forse questo libro ti farà cambiare idea. E se sei già convinto del valore del sistema, troverai le parole per spiegarlo agli altri. Non è poco.
Vale la domanda che rimane aperta anche dopo aver chiuso l’ultima pagina: stiamo davvero costruendo un modello di DOP Economy a misura di chi produce, chi vende e chi compra, o stiamo preservando un’eccellenza per pochi? La risposta è nel modo in cui tutti noi, ogni giorno, scegliamo cosa mettere nel carrello.
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