3 vini autoctoni dell’Emilia Romagna che ancora non conoscevi - InformaCibo

3 vini autoctoni dell’Emilia Romagna che ancora non conoscevi

Viaggio alla scoperta delle uve dimenticate: storia, caratteristiche e territori dei vitigni di nicchia

di Alessandra Favaro

Ultima Modifica: 09/06/2020

Produzioni così piccole da rispondere alla domanda del territorio circostante (almeno per ora), vitigni antichi da essere diventate curiosità e non solo prodotto, etichette poco conosciute al di fuori dei confini dell’Emilia Romagna. Spesso il loro nome prende origine dalla persona che ha riscoperto il vitigno, e quindi quando sentiamo parlare di Bursôn, Centesimino, non possiamo non pensare ad Antonio Longanesi e a Pietro Pianori, a storie di nobili e contadini, e di vignaioli innamorati della loro terra che hanno riportato in luce queste produzioni speciali. 

E non possiamo non pensare nemmeno al lavoro di Enoteca Regionale, al presidente Pierluigi Sciolette ha che anticipato come le piccole produzioni vinicole saranno protagoniste dei seminar di Enologica 2018. E ha aperto un mondo fatto di microproduzioni che lui definisce “fermenti per il futuro”.

C’è chi ha riportato alla vita un vitigno antico, chi produce esclusivamente in una zona molto circoscritta, chi realizza vino con vitigni strettamente autoctoni. Piccole eccellenze ancora sconosciute fuori alla zona di produzione.

Vitigni “di un dio minore”? Per niente! Nonostante siano molto localizzate, le uve che danno vita a questi vini, grazie a un numero ristretto di produttori continuano a vivere nel rispetto della propria identità varietale e territoriale.

Scopriamone tre.

Bursôn

Bagnacavallo, zona di produzione dei vino raro Burson
Bagnacavallo, zona di produzione dei vino raro Burson

Bagnacavallo è una destinazione turistica molto rinomata dell’Emilia Romagna, vicina a notevoli punti di interesse, dal mare Adriatico al Delta del Po. Famosa per il suo centro storico medioevale, per aver dato i natali a Leo Longanesi e all’artista Bartolomeo Ramenghi, detto appunto il Bagnacavallo. Ma c’è un cartello all’ingresso della cittadina che si stenta a decifrare: Bagnacavallo, città del Bursôn. Ma cosa è il Bursôn? Ecco il primo vino autoctono che vi raccontiamo. Si tratta di un vino rosso ricavato da uva Longanesi, un vitigno antico, unico e autoctono.

La storia

La storia del vino Bursôn è frutto quasi di una casualità. Bisogna tornare a inizio secolo scorso, al 1913 quanso Antonio Longanesi (detto il Bursôn) acquistò quella che poi divenne la proprietà della famiglia Longanesi. Fu qui, al limitare del bosco, che in un roccolo venne trovata una vecchia vite, avvinghiata a una quercia, che veniva utilizzata come richiamo per gli uccelli. (i roccoli erano appunto delle aree verdi utilizzate per la caccia al capanno).
Una vite rustica, resistente a parassiti e malattie. Così i Longanesi, come tutti i contadini di quel tempo, provarono a produrre il vino della casa. Ne nacque un vino di qualità che cominciò a farsi conoscere nella zona.
Nel 1956 venne quindi piantato il primo vigneto di Uva Longanesi anche per aumentare il grado alcolico degli altri vitigni presenti in azienda (Uva d’Ora e Canina).
I nipoti Antonio e Pietro, hanno intuito il suo potenziale e di fatto hanno in seguito salvato e diffuso il vitigno.

Le caratteristiche

Degustazione di Burson (credits photo Consorzio Vini di Romagna)
Degustazione di Burson (credits photo Consorzio Vini di Romagna)

Dopo un lungo iter burocratico, nel 1999 è stato iscritto nell’albo dei vigneti col numero 357 come Uva Longanesi (in onore della famiglia che lo ha salvato) e dalla vendemmia 2007 può fregiarsi dell’attributo IGT (indicazione geografica tipica). Dal 1998 viene prodotto il Bursôn (soprannome dei componenti della famiglia Longanesi).
Attualmente il Bursôn viene prodotto con il 100% di Uva Longanesi in due versioni: Bursôn etichetta blu e Bursôn etichetta nera.

Oggi

Oggi il Burson, (che è IGT dalla vendemmia 2007), fa parte del paniere del consorzio Il Bagnacavallo
Viene prodotto con il 100% di Uva Longanesi in due versioni: Bursôn etichetta blu e Bursôn etichetta nera.

  • Bursôn etichetta blu. L’uva dopo la macerazione e la fermentazione viene lasciata per 15 giorni in cisterna d’acciaio. Poi il vino passa 10/12 mesi in botte di rovere da 500 litri. Infine viene imbottigliato e commercializzato dopo almeno 6 mesi.
  • Bursôn etichetta nera. Il 50% delle uve raccolte viene passito. Vengono fatte fermentare per 12/14 giorni, dopodiché il vino viene lasciato per 15 giorni in una cisterna d’acciaio. In seguito trascorre 12 mesi in botte di rovere da 500 litri e 12 mesi in botte grande. Infine viene imbottigliato e commercializzato dopo almeno 6 mesi.

Centesimino

credits: Enoteca Regionale Emilia Romagna
credits: Enoteca Regionale Emilia Romagna

Ecco un altro vino raro autoctono prodotto in Emilia Romagna. Il Centesimino o Savignon Rosso è tipico della prima collina faentina,  le colline attorno a Faenza, nell’area attorno alla Torre di Oriolo.

La storia

Il Centesimino è stato riscoperto negli anni 40 del secolo scorso, ma in passato era coltivato dal XVII secolo sulle colline faentine, Si pensa che la vite sia scampata alla devastante epidemia di filossera, che distrusse la maggior parte dei vigneti in Italia, perché conservata entro le protettive mura di una residenza nobiliare nel centro storico di Faenza.
Fino a metà del Novecento il vitigno era detto anche Savignon rosso per le sue particolari caratteristiche aromatiche che un po’ riconducevano alla forza del Sauvignon blanc. Ma va detto che non ha nulla a che vedere né con quest’ultimo né con il Sauvignon rouge francese

Le caratteristiche

Dal colore rosso rubino cupo, nel calice sprigiona profumi di fiori di arancio, rosa, viola, liquirizia ed anice.
Perchè si chiama Centesimino? Perchè la storia narra che il vitigno venne ritrovato negli anni ’40 in un cortile del centro di Faenza da Pietro Pianori detto, appunto, Centesimino.

Il vino oggi

Dal e dal 2004 il vitigno è stato iscritto al Registro Nazionale delle Varietà. Solo un ristrettissimo gruppo di produttori sulle colline faentine è abilitato alla produzione di questo vino, semplice nella sua ricercatezza e ottimo anche nella versione Passito, da gustare con del croccante cioccolato fondente.

Spergola

uva Spergola
Credits photo: comune di Scandiano

La Spergola è una specie autoctona di uva bianca tipica della pedecollina reggiana, che si coltiva nella zona di Scandiano da secoli. Anzi, forse secoli fa era più conosciuta che oggi.

E’ decisamente un vino di nicchia: di Spergola ad oggi nel territorio di Reggio si coltiva solo il 2% rispetto della superficie complessiva di vigneto provinciale.

La storia

Il vitigno di questo spumante risale al XV secolo ma la sua riscoperta è recentissima. Eppure, per secoli aveva avuto nobili e importanti estimatori. Sui Colli di Scandiano e Canossa questo vitigno venne donato, nel XV secolo, da Matilde di Canossa a Papa Gregorio VII. Anche la Granduchessa di Toscana, moglie di Francesco I de’ Medici a prenderne nota. Era il 1580 quando sul suo taccuino di viaggio scriveva: “Il buon vino di Scandiano, fresco e frizzante”. Eppure, col tempo venne dimenticato. Fino ad oggi.

Le caratteristiche

Il nome del vino deriverebbe dalle caratteristiche dei grappoli: “spergola” era l’aggettivo con cui veniva definita l’uva  che presentava un grappolo “un po’ spargolo”, cioè diradato. Quest’uva è nota anche come “alata” perché i grappoli principali sono sempre accompagnati da un grappolo più piccolo, una specie di aletta, che nel corso dei secoli è stata  chiamata in diversi modi: Pomorina, Pellegrina e Spergolina
Dalla sua pigiatura si possono ottenere un vino frizzante o uno spumante.

Perfetto abbinato ad aperitivi, pesce e a eccellenza del territorio: il Parmigiano Reggiano.
Ma è anche un vino gustoso per accompagnare i dolci: biscotti, zuppa inglese, o intingendo nel vino un pezzetto di torta da forno o ciambella.

Il vino oggi

Nei primi anni del Duemila, come in un romanzo d’avventura, nasce la Compagnia della Spergola, un gruppo di vignaioli sognatori che decidono di ridare a quest’uva identità e valore. Come? Con uno studio approfondito e un’analisi del dna che ha consentito di inserire la Spergola nel Catalogo Nazionale delle varietà della viti e delle Doc Colli di Scandiano e Canossa e la Reggiano.

Tranquillo, frizzante, spumante o passito, il vino da uve Spergola dimostra una personalità inconfondibile. Esiste ancora anche la Compagnia della Spergola anzi, si è allargata e non unisce più solo gli attori protagonisti della filiera produttiva, ma coinvolge anche le amministrazioni comunali per tutelare la viticultura locale, in coerenza con i principi della salvaguardia ambientale e della valorizzazione del territorio. Hanno anche un sito web dove conoscere le varietà di Spergola e il disciplinare.

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