Il fagiolo di Brebbia, la tipicità hyperlocal che unisce un paese

Un prodotto tipico che ha rilanciato un territorio e che vuole crescere. E’ il fagiolo di Brebbia, microproduzione locale già presidio Slow Food, dal futuro incerto

di Alessandra Favaro

Ultima Modifica: 04/09/2018

Un prodotto tipico che ha rilanciato un territorio e che vuole crescere. E’ il fagiolo di Brebbia, microproduzione locale in provincia di Varese, già presidio Slow Food, che vuole affermarsi. Anche se si registra un’annata da record per il legume, il suo futuro è incerto. E’ richiesto dagli chef, ma la produzione fatica a rispondere alla domanda, seppur in crescita..

Un prodotto locale, coltivato da volontari

campo fagiolo di brebbia
Volontari al lavoro nell’orto comunitario

Il raccolto all’orto comunitario da parte dei volontari è cominciato a metà agosto e per la prima volta supererà i due quintali. “Siamo stati ripagati anche delle annate meno fortunate stavolta” commenta l’ex sindaco del paese, Domenico Gioia, al lavoro assieme agli altri braccianti, che, da una decina di anni, portano avanti il progetto di reintroduzione dell’antica cultivar locale. Si perchè la rinascita del “fagiolo dall’occhio”, l’unico autoctono del Vecchio Mondo, è nato e si sviluppa esclusivamente grazie a un gruppo di volontari. 

La sua forza, ma anche il suo punto debole: da un decennio sono una 10-15 i coltivatori “fissi” volontari a occuparsi del campo collettivo e delle piante, senza usare prodotti chimici o diserbanti. Mentre il raccolto, la sbaccellatura e la vendita, diventano un rito che coinvolge tutto il paese.

Un rito attualmente in corso, che culminerà con una festa collettiva in piazza a metà settembre: il 1 e l’8 settembre tutto il paese è impegnato nella sbaccellatura, il 16 settembre poi la festa finale (decima edizione), con degustazioni, iniziative e vendita. Il ricavato, come ogni anno, va in parte in beneficenza. Stavolta sarà devoluto per il rifacimento del tetto della chiesa.

Il prezzo di costo è attorno ai 40-50 euro al chilo. Durante la festa, un pacchetto da 3 etti circa vien venduto a circa 8-10 euro.

Una tipicità che aggrega

“Qui il fagiolo è diventato un motivo di aggregazione e identità, non solo un prodotto tipico – racconta Gioia – Ma vorremmo che il progetto si stabilizzasse, poter creare una cooperativa o un consorzio. Al momento, se nessuna azienda porterà avanti la coltivazione però è impossibile” prosegue l’ex primo cittadino ” Ci sono persone che arrivano da altre città e regioni durante il periodo della festa appositamente per compare i nostri fagioli, anche perché sembra siano gli unici a non dare fastidio durante la digestione, con la buccia così sottile che non provoca i classici fastidi dei fagioli. Insomma: abbiamo ormai un alimento –  brand che è riconosciuto, ma ci manca il prodotto”.

Il fagiolo di Brebbia è stato piantato anche durante Expo, è sempre presente al Salone del Gusto Terra Madre di Torino e a  Slow Beans.
“Dietro però non c’è un organismo che fa business, ma solo volontari. Il volontariato però può finire. Per questo vorremmo creare una cooperativa o una piccola società, con persone giovani, per non far morire questo progetto e prodotto, così qualificato a livello nazionale” prosegue Gioia. “Dallo scorso anno, un’azienda locale qui vicina, di Angera, ha cominciato a produrli. Noi ne siamo felici perché portano avanti e ampliano una tipicità che fino ad oggi era solo in mano a dei volontari. Il fagiolo di Brebbia è presidio Slow Food, partecipa come prodotto a Terra Madre di Torino, interessa chef e ristoranti ma finché la produzione resta a livello volontario non si può andare oltre. Sarebbe bello che si potessero creare una cooperativa o un consorzio per produrlo e tutelarlo. L’azienda angerese, già specializzata a produrre un altro prodotto di nicchia, lo zafferano, rispetta il disciplinare del fagiolo, che consente la produzione del prodotto in un raggio territoriale ben definito”.

Il fagiolo di Brebbia

Consumato fin dall’antichità, quando era chiamato Phaseolus, deve il nome attuale (fagiolo dell’ occhio) a una macchiolina rotonda e scura presente al centro della concavità del legume.

fagiolo di brebbia
Domenico Gioia mostra il raccolto della mattina

La campagna di Brebbia, come in passato, si è dimostrata generosa con questo tipo di coltivazioni. Si racconta, infatti, che attorno all’anno 43 il console romano a Milano, in visita alle legioni disposte lungo le sponde del Verbano, sostò a Brebbia mentre erano in corso i Quinquatrus maiores, i festeggiamenti popolari in onore della dea Minerva. Il console fece dono alla guarnigione locale di 10 giare contenenti semi del fagiolino dell’occhio.

Nel corso dei secoli, il fagiolo fu adottato anche nei monasteri, dove il precetto di non mangiare carne in certi periodi dell’anno costringeva a sostituirla con cibi che potessero supplire alle carenze proteiche. Divennero perciò simboli di Mortificazione, di Umiltà e di Castità.

Invece al popolo ispiravano ben altri simboli. Grazie alle loro proprietà nutritive e al gusto sapido e corposo, furono considerati afrodisiaci oltre che adatti alla cosmesi femminile. Credenze testimoniate ancora nell’epoca Rinascimentale da Mattioli e da Durante.

Con la venuta del fagiolo importato dalle Americhe, però, il fagiolino dell’occhio fu messo in disparte, in quanto la sua coltivazione era ritenuta meno redditizia, in termini quantitativi, rispetto ai “cugini” americani.

Il piccolo progetto di Brebbia lo ha riportato alla luce, ha creato un libro con la sua storia (I fagioli “fasòeu” di Brebbia. Tradizioni e storia – Buona cucina e amicizia di Domenico Gioia, edito da Macchione), eventi per valorizzarlo. Quale sarà il suo futuro?

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L'Autore

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