Alcol, la lobby che ubriaca mezza Italia

Articolo di Emiliano Liuzzi da Il Fatto Quotidiano 12 maggio 2014

12/05/2014

Alcol, la lobby che ubriaca mezza Italia
di Emiliano Liuzzi
Per capire quale sia la portata del problema proviamo a dare due dati: il 45 per cento di tutti gli incidenti stradali e il 41 per cento degli omicidi sono causati dall’abuso di alcol. É tra le prime cause di morte, la terza, perché incide sul sistema circolatorio. É la causa principale (63 per cento) delle cirrosi. Se non bastasse il primo bicchiere viene consumato a 11-12 anni, mentre nel resto d’Europa – lo dice l’Istat – i giovani che si avvicinano all’alcol hanno 14 anni e mezzo.

Terza causa di morte

Numeri che dovrebbero mettere i brividi. In realtà non spaventano nessuno. Anche perché forse pochi sanno. Qualche miglioramento c’è stato con l’etilometro, ma resta comunque una misura repressiva. La prevenzione non c’è, non esiste e comunque non è direttamente proporzionale alla misura della piaga sociale. I cartelli luminosi in autostrada non possono essere considerati una misura di prevenzione. Le ultime tendenze hanno invertito anche i consumi, in un continuo crescere rispetto ai numeri assoluti: negli anni Ottanta era il vino a farla da padrone, poi tra il 1990 e il 2000 sono stati i produttori di birra veder incrementare i loro guadagni. Negli ultimi anni, invece, la tendenza è quella riservata ai superalcolici: in Italia, soprattutto, è diventato di tendenza l’aperitivo che si conclude con grandi bevute. É stata un’operazione di marketing dei locali: regalare gli avanzi della mattina e trattenere nei locali i giovani. “La sostanza”, spiegano i medici del Sert di Milano, “non è cambiata: prima i giovani frequentavano le discoteche, ora i locali dove servono aperitivi lunghi o after hours. Cambia il luogo, il tipo di bevanda, ma non ci sono variazioni nei numeri che, comunque, seguono una crescita costante, in Italia più che in altri paesi d’Europa”.

Il potere della bottiglia

Abbiamo interpellato chi se ne occupa da anni. Come il professor Gianni Testino, vicepresidente della Società di alcologia italiana. “Il primo punto”, spiega, “è che nell’alcol è presente l’etanolo, una sostanza altamente cancerogena. Dunque, con il tempo e gli studi, siamo riusciti a dimostrare che oltre a essere la terza causa di morte, la causa principale di incidenti stradali e quella di cirrosi epatiche, l’alcol è anche una delle principali cause del tumore al seno. E questo non è un problema che riguarda soltanto gli alcolisti, ma tutte le persone che bevono abitualmente. E non è un messaggio facile da far passare: la lobby dell’alcol è molto più forte di quella del tabacco o del gioco d’azzardo. Solo in Italia le aziende che producono bevande alcoliche fatturano in pubblicità 300 milioni di euro all’anno. Solo per promuovere i loro prodotti. Ma se sul pacchetto di sigarette c’è scritto che il tabacco provoca il tumore e il fumatore è informato, lo stesso non accade per quello che riguarda le bevande alcoliche. A volte passo per essere un proibizionista, ma assolutamente non è così. So cosa è accaduto negli anni Venti e Trenta negli Stati Uniti e i danni che ha prodotto il proibizionismo, ma il silenzio non può essere accettato”. Testino poi si sposta sui numeri. “Nel nostro Paese ci sono un milione di alcolisti e otto milioni di persone che sono a serio rischio. Dunque più che parlare di un problema sociale io la riassumo come un’epidemia. Le persone che hanno a che fare con soggetti che hanno problemi di alcol, sono milioni e milioni. Poi quando entriamo nella sfera giovanile i problemi aumentano. Purtroppo in Italia i ragazzi si avvicinano molto presto alle bevande alcoliche, attorno agli undici anni, quando il fegato non ha ancora sviluppato la sua funzionalità e viene assolutamente compromesso. Il fegato è un organo vitale. E il rischio che i ragazzi si ammalino è di 300 volte rispetto a un adulto. É per questo motivo che ai minorenni deve assolutamente essere vietata la somministrazione di bevande alcoliche”. Testino parla, e lo fa da medico, ma anche da uomo.

“Il modo di curare le dipendenze da alcol deve cambiare. Io posso salvare la vita a una persona, ma troppo spesso nel nostro Paese dalla dipendenza alcolica si passa a quella dei farmaci. Non deve essere solo lo psichiatra a prendere in cura il paziente, ci sono dei percorsi collettivi che sono efficacissimi e devono coinvolgere il paziente, ma anche tutte le persone che gli vogliono bene e che devono aiutarlo nel percorso di uscita. E una volta uscito devono scongiurare la ricaduta. É uno sforzo, ma la dipendenza non è una questione da sottovalutare e nell’85 per cento dei casi non è una scelta. Molte persone sono alcoliste senza rendersi conto di esserlo, per superare delle timidezze, i disagi, il rapportarsi col mondo. La vita è difficile, e le difficoltà si affrontano e si superano. Serve un lavoro su noi stessi, ma non è impossibile. Altrimenti l’epidemia continuerà a svilupparsi fino a quando non sarà più risolvibile. La risposta? L’informazione. E la terapia non farmacologica, ma di gruppo, dove tutti siano sullo stesso piano. Non è un male irrisolvibile. Non deve esserci vergogna, né colpevolizzazione. É un problema che preso in tempo può essere risolvibile. E prevenuto”.


 
Un Buon bicchiere NON UCCIDE
di Andrea Scanzi

Su “Il Fatto Quotidiano” di oggi, a margine del pezzo pubblicato qui sopra, c’è un articolo di Scanzi dal titolo “Un buon bicchiere non uccide“.

I passi salienti del corsivo di Scanzi:
“Demonizzare l’alcool è un approccio stupidamente bacchettone“.

“Bere poco ma bere bene.”

“Senza vino e senza alcool Fabrizio De André non avrebbe mai scritto ‘Amico Fragile‘”
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