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L’Italia del vino fa i conti con il Covid, calo consumi e -9% export nel 2020

Ricerca della Rome Business School, si beve meno ma con più qualità, è boom di vino bio. E nel settore si fanno avanti i giovani, i produttori Under 25 salgono in un anno a quota 1200

di Collaboratori

Ultima Modifica: 29/10/2020

L’emergenza Covid impatta anche sul mondo del vino, con un giro d’affari destinato a perdere a livello globale il 9% del fatturato nel 2020, salvo conoscere poi un parziale rimbalzo del +7% nel 2021.

Per l’Italia del vino l’annus horribilis della pandemia significherà anche una flessione del 9% nell’export.

E tra lockdown e limitazioni alla conviviliatà, si registra anche un calo di consumi che porterà l’Italia a perdere terreno dalla terza piazza della classifica mondiale dei Paesi consumatori dove attualmente si trova.

Eppure, nonostante la crisi, il settore vitivinicolo in Italia manifesta interessanti potenzialità lavorative. Tra le altre cose, nel 2020 si è assistito ad un vero e proprio “ritorno alla vigna” da parte dei giovani e si stima che i produttori di vino sotto i 25 anni siano saliti a quota 1200 nel giro di un solo anno. A dirci come si presenta l’Italia del vino ai tempi del Covid è una ricerca della Rome Business School, la business school a maggior presenza internazionale in Italia e parte del network Formación y Universidades creato nel 2003 da De Agostini e dal Gruppo Planeta.

In particolare, secondo la ricerca curata da Valerio Mancini, direttore del Rome Business School – Research Center con il supporto di Camilla Carrega, coordinatrice del Master in Food and Beverage Management, le proiezioni al 2025 del consumo evidenziano modifiche abbastanza marcate delle quote dei singoli Paesi rispetto ad oggi.

La Cina dovrebbe raggiungere il secondo posto dopo gli Stati Uniti e davanti a Francia e Germania, mentre il Regno Unito supererebbe l’Italia, andandosi così a collocare al quinto posto. Sarà il Canada a superare di poco l’Italia al quarto posto. Anche per il vino premium, la Cina rafforzerà il suo primato sopra gli Usa, mentre il Regno Unito si troverà allineato con la Germania per il terzo posto. Da segnalare un importante contributo dell’Africa alla crescita dei consumi.

Il Lambrusco si conferma il vino più popolare d’Italia

Per quanto riguarda i consumi in Italia, si beve meno ma con più qualità, con un vero e proprio boom dei vini biologici; il tasso di penetrazione resta comunque pari all’84% degli italiani. Il Lambrusco si conferma il vino più popolare d’Italia, primo in termini di volumi, seguito a ruota dal Chianti, che però detiene il primo posto per vendite in valore. In merito a vini bianchi e bollicine, troviamo, partendo dalla Lombardia: Franciacorta, Pinot, Chardonnay e Vermentino Sardo.

Tra i vini emergenti, invece, spopola il Lugana, piazzandosi saldamente in prima posizione, seguito dal Primitivo pugliese e, a cascata, dalla Passerina marchigiana, dalla Ribolla Gialla friulana e dal Negroamaro della Puglia.

L’impatto economico negativo del Covid farà sì – sottolinea ancora la ricerca della Rome Business School – che l’ Italia, leader mondiale a livello produttivo perderà terreno nell’export di quest’anno, con una prevista flessione del 9%. Tutto ciò proprio quando il Bel Paese si presentava ad affrontare il mercato vinicolo 2020 con un ruolo importante: nel 2019, infatti, oltre ad avere confermato la leadership mondiale a livello produttivo, con 47,5 milioni di ettolitri, aveva anche riconquistato il primato, seppure di misura, nelle esportazioni a volume che avevano raggiunto i 21,6 milioni di ettolitri di vino (+10%) contro i 21,4 milioni della Spagna. Le regioni traino dell’export italiano – come evidenzia la ricerca – sono: Piemonte (+4,2%), Veneto (+3,2%) e Toscana (+4,4%), che nell’insieme raggiungono quasi il 70% del totale di export di vino italiano, per un valore complessivo di 4,46 miliardi di euro. Guadagna terreno Molise (con una straordinaria performance da +15,9%), ma il premio per la crescita maggiore è quello della piccola Valle d’Aosta, il cui export di vini ha toccato quota +51,8%.

A livello globale e nonostante le ricadute del Covid – aggiunge la ricerca – stiamo assistendo ad una crescita del mercato enoico, tanto che si prevede di toccare il valore di 207 miliari di dollari entro il 2022.

Sono solo dieci i Paesi in cui converge oltre la metà del mercato delle cantine di tutto il mondo

Al primo posto gli Stati Uniti, con un giro d’affari di 32 miliardi di dollari, poi la Cina, dove il mercato enoico ha fruttato nell’ultimo anno ben 24 miliardi di dollari. Nell’ultimo gradino del podio, al terzo posto, c’è la Francia, con un valore di 14,4 miliardi di dollari. L’Italia è solo quinta, con 9,7 miliardi di dollari.  I primi dieci Paesi detengono la metà di tutto il mercato del vino a livello mondiale. Tra i mercati più importanti, si inseriscono anche il Brasile, con 3,6 miliardi di dollari, la Spagna, con 3,4, e il dato può sorprendere visto che parliamo del terzo maggior produttore al mondo, seguita, a sorpresa, dall’India, il cui mercato enoico vale 2,7 miliardi di dollari.

Nonostante la crisi, il settore vitivinicolo in Italia – evidenzia ancora la ricerca della Rome Business School – manifesta interessanti potenzialità lavorative, con le aziende vitivinicole che impiegano circa 210 mila addetti, fra i quali 50.000 giovani. Si assiste infatti ad un vero e proprio boom di produttori under 25 (+ 38%) e si stima che i produttori di vino sotto i 25 anni siano saliti a quota 1200 nel giro di un solo anno. In tutta Italia sono inoltre attivi nelle varie università circa 20 corsi di laurea in viticoltura, enologia, enogastronomia ed alimentazione e oltre 400 corsi post laurea legati al vino. Dopo gli studi, il 41% degli studenti trova un lavoro attinente, di cui l’87% in Italia.  I mestieri del vino sono numerosi e coinvolgono settori molto diversi, ad esempio responsabili delle analisi e controllo della qualità dell’uva, enologi, cantinieri e sommelier. Più moderna invece la figura del wine blogger, ovvero specialisti del settore vinicolo intenditore e conoscitore di enoteche e cantine che sponsorizza dando consigli e guide ad appassionati e/o intenditori; l’accompagnatore enoturistico impegnato nella costruzione di itinerari e percorsi enogastronomici; il brand ambassador in prima línea responsabile della comunicazione e vendita del prodotto, ed infine il wine hunter, letteralmente il “cacciatore di vini”, figura professionale di alto profilo la cui funzione è di scoprire i vini migliori per poi farli conoscere e trasmetterli al cliente, aumentando la redditività delle aziende di produzione.

Lo studio della Rome Business School tira le conclusioni mettendo in evidenza la necessità di puntare su un vero e proprio “Progetto Italia” per il settore vitivinicolo, a partire dalla semplificazione burocratica. Il positivo trend di consumi registrato durante il lockdown, insieme alle vendite realizzate dall’universo dell’e-commerce e del wine delivery, che nelle principali città italiane ha fatto registrare numeri da capogiro (+500% in un mese soltanto nella città di Roma), di certo non potrà compensare la vera e propria voragine nei consumi dovuta alla chiusura del canale di bar e ristoranti. Sarà necessario, dunque, secondo la proposta dei ricercatori della Rome Business School, cercare una strategia di accompagnamento e sostegno alle imprese verso la transizione 3.0 del vino italiano, con interventi in favore della trasformazione digitale, di una maggiore sostenibilità della filiera, di natura regolamentare e semplificazione normativa.

Il commento di Antonio Ragusa – Dean della Rome Business School

La ricerca condotta dal Rome Business School – Research Center offre un quadro informativo aggiornato e dettagliato sul settore vinicolo a livello nazionale, regionale e, più ampiamente, internazionale da cui gli operatori economici e istituzionali possono trarne utili spunti di riflessione e indicazioni operative. – commenta Antonio Ragusa – Dean della Rome Business School – In questa analisi abbiamo voluto anche approfondire l’evoluzione delle professionalità connesse al settore vinicolo che, malgrado la crisi, sono molto promettenti. I risultati evidenziano la necessità di nuove competenze legate non solo alle tecniche produttive, ma sempre di più agli aspetti gestionali, di marketing e di sviluppo del business in un quadro globale. Per questo abbiamo predisposto un’offerta formativa specifica sul management del settore enogastronomico, Master in Food and Beverage Management, valutata nei ranking di Eduniversal tra le migliori al mondo”.

A cura di Cristina Latessa

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