Voto in Uk, la Brexit non fa paura ai Grandi vini italiani ma…. - InformaCibo

Voto in Uk, la Brexit non fa paura ai Grandi vini italiani ma….

La Confagricoltura teme per “la tutela del Made in Italy agroalimentare" mentre per la Coldiretti “bisogna evitare l'arrivo di dazi”

di Donato Troiano

Ultima Modifica: 13/12/2019

Ora che le elezioni nel Regno Unito si sono svolte e si sono trasformate in un plebiscito a favore di Boris Johnson la Brexit è sempre più vicina. Si prevede il formale recesso entro il 2020.

Di fronte ai tanti timori c’è anche chi non teme grandi ripercussioni negative. E’ uno studio commissionato dall’Istituto del Vino Italiano di Qualità Grandi Marchi all’Osservatorio Wine Monitor di Nomisma che è stato illustrato proprio alla vigilia delle elezioni in Uk nel corso di un dibattito dal titolo ‘I vini italiani di alta qualità nel mercato Uk. Tra Brexit e concorrenza francese’.

All’incontro svoltosi a Roma presso la sala Stampa estera e moderato da Stefano Carboni della MGLogos, sono intervenuti il presidente dell’Istituto Grandi Marchi, Piero Mastroberardino, e il responsabile di Wine Monitor Nomisma, Denis Pantini.

La tesi emersa dalla ricerca e dal dibattito è stata univoca, anche alla luce dell’uscita definitiva della Gran Bretagna dall’Ue:

“più qualità uguale maggiore ottimismo, anche in caso di Brexit”

In uno scenario di possibile aumento dei prezzi – ha detto infatti, Denis Pantini, responsabile di Nomisma Wine Monitor la qualità risulta l’unico fattore in grado di mantenere invariati i consumi. Tant’è vero che lo pensa il 20% degli inglesi. Percentuale che cresce fino al il 23% tra i consumatori di vino italiano e arriva al 27% tra chi oggi è già fruitore di top label provenienti dal nostro Paese. Non è solo una questione di reddito più alto della media a garantire questa fidelizzazione ai nostri fine wines, conta anche l’attitudine all’uso di Internet e social media e l’aver frequentato l’Italia per motivi di vacanza o di studio: tra i turisti inglesi che sono stati nel nostro paese, la percentuale di chi beve fine wines italiani passa dal 18% al 34%”.

Secondo i dati, si rileva  che  malgrado il generale clima di incertezza legata agli effetti post voto, tra gli attuali consumatori inglesi di vini top italiani prevale comunque un sentiment positivo: il 59% del campione intervistato (in tutto 1.000 wine users di età compresa tra i 18 e i 65 anni) dichiara che continuerà a consumare le stesse quantità di oggi anche in caso di innalzamento dei prezzi. Diversa è invece la situazione nei confronti del vino made in Italy in generale, verso cui le prospettive sono meno rosee per il 53% dei rispondenti: a fronte di eventuali rincari, l’11% smetterebbe di acquistarli e un ulteriore 42% continuerebbe a consumarli ma in quantità ridotte. Tra i più giovani cresce la quota di chi pensa di diminuire i consumi in favore della birra.

Il tutto in uno scenario che nei primi otto mesi del 2019 vede l’Italia enoica inseguire la Francia, perdendo quote sugli sparkling (-9% in valore), ma recuperando sui fermi, a partire dai rossi piemontesi e veneti. Malgrado le prospettive incerte, la Gran Bretagna rappresenta ancora il terzo mercato di sbocco in assoluto per il nostro made in Italy, dopo Stati Uniti e Germania, con un fatturato che nel 2018 ha sfiorato gli 811 milioni di euro, per il 40% dovuti al Prosecco.

Ma la consapevolezza generale è che la leva del prezzo possa fare la differenza

“Un aspetto determinante – ha precisato  a sua volta Piero Mastroberardino, presidente dell’Istituto del Vino Italiano di Qualità Grandi Marchi – sia se guardiamo alla corsa con i competitor francesi, che non a caso hanno recuperato quote di mercato con azioni aggressive sullo Champagne, sia se consideriamo gli eventuali rincari legati alla Brexit. Questi influenzerebbero inevitabilmente gli acquisti, lasciando ampi margini al low cost, indicato dal 44% del campione intervistato come principale fattore di acquisto in questo momento storico”.

“Guardando invece il bicchiere mezzo pieno, lo studio conferma che per il 38% dei pareri l’origine del vino e il brand sono ancora criteri di scelta prioritari, ponendo il nostro Paese in cima alla lista insieme a Francia e Australia. Ciò su cui intendiamo puntare dal canto nostro –ha aggiunto Mastroberardino– è quindi la crescita ulteriore del valore dei fine wines, lavorando in modo mirato e più strutturato su canali strategici che vadano oltre la Gdo, come l’Horeca e il commercio online, dove il pregio e il fascino dei nostri vini possono garantire ampi margini di sviluppo”.

I Grandi vini  e l’alta ristorazione

Non a caso, l’indagine Igm si concentra anche sulle principali dinamiche legate alla ristorazione inglese e all’e-commerce, che per le top label italiane rappresentano due ‘piazze’ decisive per intensificare le vendite. Basti pensare che analizzando 350 ristoranti, rappresentativi del canale on-trade di Londra, il 63% di essi ha almeno un’etichetta top italiana nella lista dei vini (considerando le sole bottiglie da 0,75 sopra le 50 sterline).

Secondo i dati, inoltre, i fine wines tricolore rappresentano complessivamente il 16% di tutte le referenze con prezzo superiore a 50 sterline presenti nelle wine-list analizzate. A superarci solo la Francia che detiene il 57% sul totale delle bottiglie over 50 sterline presenti. Guardando ai vini italiani nel complesso, il rapporto è del 19% contro il 50% francese. Toscana e Piemonte rientrano nella top 10 dei territori di origine più presenti (rispettivamente al 5° e 7° posto nella classifica dei vini top).

Buone performance si registrano, inoltre, nei principali siti di e-commerce inglese di vini di qualità. Dalla web analysis effettuata su Lay&Wheeler, Winedirect e Laithwaite’s, l’Italia occupa infatti un buon posizionamento in termini di numero di referenze, soprattutto su Lay&Wheeler dove si contano quasi 700 etichette nazionali.

Sul fronte delle tipologie più diffuse, spiccano i rossi (su Lay&Wheeler rappresentano il 92% delle etichette italiane), mentre per quanto riguarda le regioni con maggiore assortimento brillano Toscana e Piemonte (da cui, in media, proviene l’80% delle nostre label). Tornando ai fine wines (oltre 35 sterline/bottiglia), la loro incidenza è pari al 17% su Winedirect, al 20% Laithwaite’s e arriva fino al 58% su Lay&Wheeler. Nonostante quest’ultimo sia il sito con il più ampio assortimento di vini top (italiani e non), è però Winedirect quello a registrare l’incidenza maggiore di fine wines made in Italy: quasi 3 referenze su 10.

Altro capitolo della ricerca, infine, quello riferito alla promozione e quindi alle attività preferite dai wine lover inglesi per approfondire la conoscenza dei vini italiani di alta qualità. Richieste che, per il 41% degli inglesi intervistati nell’indagine Igm, vedono prevalere le degustazioni come il più utile strumento, in particolare nei ristoranti, nei winebar e nei locali, che rappresentano il canale ideale soprattutto per gli old Millennials (28%) e per chi dispone di redditi medi mensili medio-alti (27%).

In generale, malgrado ancora oggi la maggioranza degli inglesi preferisca bere vino tra le mura domestiche, si evince infatti un andamento crescente per i consumi di qualità fuori casa anziché in Gdo (lo pensano 2 consumatori su 3), specie se si guarda a grandi città come Londra, sempre più in fermento sul fronte dei ristoranti e degli chef di livello. Consequenziale, dunque, che uno dei fattori rilevanti nell’identificazione di un fine wine sia proprio la possibilità di abbinamento a cibi raffinati e a proposte di alta cucina (criterio di scelta per il 50% dei consumatori). Ancora più decisivi risultano infine il brand (64%), le caratteristiche organolettiche superiori (62%) e la provenienza da specifici territori altamente vocati (52%).

L’Istituto del Vino Italiano di Qualità Grandi Marchi, presieduto dal 2015 da Piero Mastroberardino, comprende 19 tra le più rappresentative aziende del Belpaese

Le preoccupazioni di Coldiretti e Confagricoltura per tutto l’agroalimentare made in Italy

Coldiretti, evitare l’arrivo di dazi

Tutelare i 3,4 miliardi di euro di esportazioni agroalimentare Made in Italy in Gran Bretagna, al quarto posto tra i partner commerciali del Belpaese per cibo e bevande dopo Germania, Francia e Stati Uniti.

Questa la maggiore preoccuzione  della Coldiretti che aggiunge: “occorre evitare l’arrivo di dazi e ostacoli amministrativi e doganali alle esportazioni Made in italy, che nell’agroalimentare nel 2019 sono risultate stagnanti (+1%) anche per il progressivo rafforzamento della sterlina nel secondo semestre dell’anno”.

A preoccupare la Coldiretti è anche la tutela giuridica dei prodotti a indicazioni geografica e di qualità (Dop/Igp) che incidono per circa il 30% sul totale dell’export agroalimentare e che, senza protezione europea, rischiavano di subire la concorrenza sleale di imitazione da Paesi extracomunitari. Con l’uscita dall’UE, Coldiretti teme anche che si affermi in Gran Bretagna l’etichetta nutrizionale a semaforo sugli alimenti e che boccia ingiustamente quasi l’85% del Made in Italy a denominazione di origine (Dop).

Il presidente della Confagricoltura, Giansanti

Il risultato elettorale nel Regno Unito fa chiarezza sui tempi della Brexit, “ma la tutela del Made in Italy agroalimentare non è assicurata”. Il presidente della Confagricoltura, Massimiliano Giansanti (nella foto), ha commentato così l’esito delle elezioni politiche che si sono svolte nel Regno Unito.
Alla Camera dei Comuni ci sono, sulla carta, i numeri per far passare l’accordo di recesso negoziato con l’Unione – ha proseguito Giansanti – il 31 gennaio prossimo, a meno di clamorose sorprese, il Regno Unito uscirà dalla UE. Le incertezze riguardano il futuro delle relazioni commerciali bilaterali“.
“E’ indispensabile un chiarimento urgente
– ha puntualizzato Giansanti – perché senza un accordo rischieremmo di trovarci, alla fine dell`anno venturo, nella situazione peggiore che finora è stata evitata. Vale a dire il ritorno delle frontiere tra UE e Regno Unito, con il ripristino dei dazi e dei controlli sulle merci. In pratica una “hard Brexit” a scoppio ritardato”.
“Anche il riconoscimento e la tutela delle indicazioni geografiche protette – ha messo in guardia Giansanti – non sarebbero più garantiti sul mercato britannico, a tutto vantaggio delle imitazioni e delle contraffazioni delle nostre specialità”.

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