Lomellina, la “Mesopotamia lombarda” dove nasce il 30% del riso italiano
Tra risaie, fiumi e borghi storici, viaggio nella Lomellina tra paesaggi d’acqua, varietà di riso e cucina contadina
di Oriana Davini
Ultima Modifica: 23/04/2026
Distese d’acqua che riflettono il cielo, filari ordinati che cambiano colore con le stagioni, aironi immobili tra le risaie. È da qui che si parte per capire cos’è davvero la Lomellina. Non solo un’area agricola della provincia di Pavia, ma uno dei territori più identitari della produzione risicola italiana, dove si concentra circa il 30% del riso nazionale.
Per chi se lo chiede — dov’è la Lomellina? — la risposta è semplice sulla carta e più complessa nella realtà: si trova nella parte occidentale della Lombardia, stretta tra tre fiumi, il Po, il Ticino e il Sesia. È proprio questa conformazione a farla definire, in modo evocativo, “Mesopotamia lombarda”: una terra disegnata dall’acqua, dove il paesaggio e l’economia sono il risultato di un equilibrio costruito nei secoli.
Indice
Lomellina, la Mesopotamia lombarda
La Lomellina occupa una porzione della pianura padana compresa tra alcuni dei principali corsi d’acqua del Nord Italia. A ovest il Sesia, a est il Ticino, a sud il Po. Un sistema idrico naturale che ha reso questo territorio particolarmente adatto alla coltivazione del riso.
Il riferimento alla Mesopotamia non è casuale: come nella regione storica tra Tigri ed Eufrate, anche qui l’acqua ha determinato lo sviluppo agricolo e la forma del paesaggio. Non è una definizione ufficiale, ma restituisce bene l’idea di un territorio plasmato dai fiumi e dalle opere irrigue che nei secoli ne hanno trasformato l’identità.
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Un territorio modellato dall’acqua

Prima delle risaie, la Lomellina era un mosaico di boschi, paludi e terreni sabbiosi. La trasformazione arriva tra il Medioevo e il Rinascimento, quando sotto i Visconti e soprattutto gli Sforza prende forma un sistema agricolo organizzato.
È in questo periodo che si diffonde la coltivazione del riso nell’Italia settentrionale. Le grandi opere irrigue, attribuite anche agli studi di Leonardo da Vinci su incarico di Ludovico il Moro, permettono di gestire l’acqua in modo sistematico, rendendo possibile una produzione stabile.
Nascono così le cascine a corte chiusa, ancora oggi elemento distintivo del paesaggio lomellino, centri produttivi che uniscono abitazione, lavoro e organizzazione agricola.
Qui dove nasce il riso italiano

Oggi l’Italia è il primo produttore di riso in Europa, con oltre il 50% della produzione dell’Unione. Un primato che si concentra in gran parte nel Nord-Ovest, tra le province di Pavia, Vercelli e Novara.
All’interno di questo sistema, la Lomellina rappresenta uno dei poli più rilevanti. Qui le condizioni sono particolarmente favorevoli: abbondanza d’acqua, terreni pianeggianti e fertili, una rete irrigua capillare costruita nel tempo.
In questo territorio si coltivano numerose varietà, molte delle quali destinate alla ristorazione e alla cucina di qualità, contribuendo a definire il posizionamento del riso italiano sul mercato.
Non un solo riso: la biodiversità della Lomellina

Parlare di riso della Lomellina al singolare è riduttivo perché la forza di questo territorio sta proprio nella varietà.
Dal Carnaroli, nelle sue diverse declinazioni, al Vialone Nano, fino alle varietà storiche come Rosa Marchetti e Lomello, ogni tipologia ha caratteristiche specifiche: cambiano consistenza, capacità di assorbire i condimenti, profilo aromatico.
Questa biodiversità è uno degli elementi che distingue la produzione italiana rispetto a quella di altri Paesi, dove prevalgono logiche più orientate ai grandi volumi.
In questo contesto si inserisce il progetto Lomellina Terra di Riso, il marchio collettivo recentemente lanciato da sette aziende agricole del territorio. L’obiettivo è rendere più riconoscibile il riso della Lomellina, spesso poco identificabile sugli scaffali nonostante la sua diffusione.
Il progetto punta su filiera controllata, identità territoriale e valorizzazione delle varietà. Un tentativo di spostare l’attenzione da una logica di commodity a una di prodotto riconoscibile, legato a un luogo preciso e a pratiche produttive definite.
Un ecosistema unico tra risaie e specie protette

Le risaie in Lomellina costituiscono un ecosistema complesso, inserito in aree protette come il Parco del Ticino e nella Zona di Protezione Speciale “Risaie della Lomellina”, una delle più estese in Europa.
Aironi, garzette e nitticore trovano qui un habitat ideale, nelle cosiddette garzaie, zone umide dove acqua e vegetazione creano condizioni favorevoli alla nidificazione. È uno degli esempi più evidenti di come l’attività agricola, se gestita nel tempo, possa convivere con la biodiversità.
Cosa vedere in Lomellina, la piccola Loira

Oltre alla dimensione agricola, la Lomellina offre un patrimonio diffuso fatto di borghi, architetture rurali e tracce di storia che affondano nel Medioevo. A Lomello, uno dei centri più antichi, si trovano il Battistero di San Giovanni ad Fontes e la Basilica di Santa Maria Maggiore, testimonianze dell’epoca longobarda. Poco distante, l’Abbazia di San Pietro a Breme racconta un altro capitolo importante della storia religiosa della zona.
Il territorio è costellato di castelli, da Scaldasole a Sartirana, fino a Cozzo e al Castello d’Agogna, tanto da aver fatto guadagnare alla Lomellina il soprannome di piccola Loira. Accanto al patrimonio storico, c’è quello naturale: le risaie, soprattutto in primavera, quando vengono allagate per la semina, trasformano la pianura in un grande specchio d’acqua, il cosiddetto mare a quadretti, uno degli scenari più caratteristici del Nord Italia.
Tra i luoghi più suggestivi, meno noti ma profondamente legati alla cultura locale, c’è anche il Santuario della Madonna del Soc (o Madonna dal Sòch, “del tronco” in dialetto lomellino), una piccola chiesa campestre immersa tra le risaie, tra Velezzo Lomellina e Lomello. Costruito nel XIII secolo lungo il torrente Agogna, è legato a una leggenda popolare: si racconta che una bambina sordomuta, caduta in acqua mentre cercava di recuperare un tronco, fu salvata da un’apparizione della Madonna e riacquistò la parola. Da quell’episodio sarebbe nato il culto e il santuario, ancora oggi meta di devozione, con ex voto e rosari lasciati dai fedeli.
Raggiungibile anche a piedi attraverso i campi, il santuario è uno di quei luoghi in cui il paesaggio e la dimensione spirituale si intrecciano, restituendo un’immagine della Lomellina più intima e silenziosa, lontana dai percorsi turistici più battuti.
Piatti tipici della Lomellina: dal risotto alle rane al salame d’oca

Ma è a tavola che la Lomellina rivela con più chiarezza la propria identità, con il riso alla base della cucina locale. I risotti sono il punto di partenza: con i fagioli dell’occhio, con gli asparagi rosa di Cilavegna, con le ortiche raccolte nei campi o con i funghi. Tra le versioni più legate alla tradizione locale c’è il risotto con le rane, oggi meno diffuso ma ancora presente in alcune trattorie, testimonianza di un rapporto diretto con l’ambiente delle risaie e delle zone umide.
Accanto ai primi piatti, la cucina lomellina conserva preparazioni tipiche di una cucina povera ma sostanziosa. Le rane e le lumache, un tempo diffuse, si trovano ancora fritte o in umido, mentre i secondi ruotano attorno alle carni: il ragò alla lomellina, con costine, salsiccia e verze, è uno dei piatti più rappresentativi, insieme a brasati, bolliti e trippa.
Forte anche la tradizione della norcineria, con prodotti che raccontano un saper fare radicato. Il più noto è il salame d’oca di Mortara IGP, simbolo della zona, affiancato da salami crudi e cotti come il salam d’la duja, conservato sotto grasso secondo una tecnica antica.
Non meno importanti sono gli ingredienti vegetali, spesso legati a produzioni locali: la cipolla rossa di Breme, dolce e delicata, la zucca bertagnina di Dorno e l’asparago di Cilavegna, entrano in molte ricette di piatti stagionali.
Visitare la Lomellina significa quindi attraversare un territorio in cui paesaggio, produzione agricola e cucina sono strettamente legati. Un equilibrio che si coglie soprattutto nei momenti di passaggio stagionale: in primavera, quando l’acqua ridisegna le risaie, e in autunno, durante la raccolta, quando i campi si tingono di oro.
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