Denominazioni Comunali: una “tipica” confusione?

Ad oggi non esiste un registro univoco dei riconoscimenti comunali, la cui promozione è affidata solamente alla buona volontà dei singoli Comuni e qualche associazione. Come valorizzarli davvero?

di Alessandra Favaro

Ultima Modifica: 30/07/2019

Denominazione Comunale, Denominazione comunale d’origine: quanta confusione in questo riconoscimento che i comuni attribuiscono ad alcuni loro prodotti, che siano alimentari o di artigianato. Ma sopratutto, quando tutte e  De.Co saranno consultabili su un un’unica piattaforma?

Il mondo delle Denominazioni Comunali è un bagaglio di storia e tipicità iperlocali che ad oggi manca di coordinamento. Tra i prodotti De.Co ci sono anche piatti e ricette molto noti, come il risotto alla milanese, la pasta all’Amatriciana, il Cioccolato di Modica, il Brodetto alla Sangiorgese e anche sapori molto di nicchia, come il Pane del Re di Buttigliera Alta, la Sfogliatella di Villafonsina ad esempio, e molti altri.

Eppure i lati positivi ci sono: valorizzare le micro tipicità locali. Solo un comune con i suoi abitanti possono farlo davvero. Il punto è che da lì in poi gli enti locali rimangono un po’ lasciati soli, e questa ricchezza si “perde” un po’ via, o comunque, sta alla libera iniziativa comunale di ogni centro urbano capire come pubblicizzarla di più. Ogni logo è diverso dall’altro, ogni ente locale decide per il suo, e così, ance a colpo d’occhio, per chi viene da fuori non c’è un modo di riconoscere una DeCo solo dalle immagini in confezione. 

Chi decide una De.Co?

La maggior parte delle De.Co di oggi sono operazioni di marketing territoriale, che nell’idea di chi la attribuisce, ovvero un Comune, valorizzano produttore e territorio, o anche un patrimonio culturale. Di solito, l’attribuzione di una De.Co avviene prima istituendo una commissione apposita che si riunisce, dopo un bando, per valutare le richieste di produttori di ricette, prodotti, oggetti artistici, legati al loro luogo d’origine. Per attribuire una De.Co occorrono almeno due delibere comunali: la prima che sancisce l’istituzione di un registro delle De.Co (l’adozione della De.Co. da parte del Comune) e segue lo schema di un modello di legge promosso dall’Anci (associazione nazionale comuni italiani). Una seconda delibera in cui si attua l’iscrizione di un determinato prodotto al Registro delle De.Co e a cui è necessario allegare un Regolamento dove sono tracciate le caratteristiche del prodotto.

Di solito viene istituita una commissione per analizzare le proposte di De.Co che arrivano e stabilire se siano compatibili a ottenere il riconoscimento. Se un prodotto passa l’analisi della commissione, diventa De.Co dopo i passaggi istituzionali.

Non esiste una lista delle De.Co ufficiale

Questo a grandi linee, il dietro le quinte di un prodotto De.Co. E poi? E poi la pubblicizzazione nella stragrande maggioranza dei casi sta tutta alla libera iniziativa dell’ente locale. Ad oggi non esiste un raccoglitore nazionale dei prodotti De.Co italiani.

C’è una lista dei comuni De.Co presso il sito dell’Associazione Nazionale per la Denominazione Comunale, ma l’associazione raccoglie solo le De.Co che hanno seguito un iter ben preciso e che hanno registrato il marchio. Un passaggio che non viene portato avanti dalla maggior parte delle amministrazioni comunali. C’è una lista anche su Wikipedia delle DeCo Italiane, ma anche quella non è aggiornata.

Non è un marchio

Della questione De.Co si occupa anche Casa Veronelli, sito dedicato a Luigi Veronelli, gastronomo e scrittore, il “Padre” delle De.Co, che sottolinea come la DeCo non sia un marchio, ma sia una forma di certificazione libera che parte “dal basso”. E più precisamente specifica:

“…Bene da un lato. Il numero dei comuni italiani a De.Co. continua a salire.
Male dall’altro. Cresce anche il numero di male interpretazioni (non corrette, travisate) dell’idea Veronelliana originaria.
In tutti e tre i casi citati, si parla di marchio. Nulla di più sbagliato. Le De.Co. non sono un marchio, tantomeno di qualità, bensì una certificazione d’origine semplice, ottenibile da una delibera che non richiede iter burocratici complessi nè disciplinari di produzione, ma solo l’atto di responsabilità di un sindaco e della sua giunta, di garantire la provenienza del/i prodotto/i dalla propria terra e di attribuirne, incontestabilmente, l’identità”…

Quindi, almeno dal punto di vista interpretativo, è come se esistessero due tipi di Denominazioni Comunali, quelle che hanno portato avanti un processo fino a registrare un marchio, e quelle che sono da considerarsi solo un attestato che lega quel prodotto all’identità di un comune.

Insomma, prodotti caratteristici ma non certificati. Si sa che i prodotti De.Co sono effettivamente “tipici” e “identitari”: ma purtroppo non dal punto di vista normativo, come spiega bene calabriadeco.it, che precisa:

“Si tratta infatti di prodotti agroalimentari ed artigianali spesso “esclusivi”, in quanto emblematici e rappresentativi, di territori, storia, saperi e tradizioni. Infine, a scanso di equivoci, sarebbe bene attribuire con chiarezza al “marchio De.C.o.” che si vuole utilizzare, la valenza di “private label” e “marchio collettivo” cioè di marchio di proprietà del Comune e ad uso delle aziende interessate (e mai valenza di “marchio di qualità o di garanzia”). Infine, non è il caso di parlare, come invece erroneamente spesso avviene, di “certificazione” ma eventualmente di “attestazione” e “verifica” della Denominazione Comunale di Origine ovvero di attestazione dell’origine del prodotti, quindi del loro “censimento” e del relativo registro dei produttori; ciò in quanto, di fatto, il Comune (e di riflesso il sindaco) non è un ente di “certificazione” . Un ente di certificazione (come tanti esistenti in Italia) può però validare o certificare i disciplinari tecnici o i regolamenti specifici su ogni singola De.c.o.”


Certo la De.Co è un primo passo per una certificazione di tipicità più ufficiale, e in ogni caso aiuta piccoli produttori, ma anche tradizioni locali (De.Co può essere anche una festa locale ad esempio) . Il Cioccolato di Modica ad esmpio, che ha ottenuto da poco l’Igp, era stato un prodotto a marchio De.Co.”

Nel frattempo, mentre le normative non prendono una posizione chiara e univoca, mentre i trend del turismo puntano sempre di più sugli aspetti iper locali di un territorio, l’universo De.Co resta un po’ limitato alla sua galassia e alcune De.Co rischiano l’estinzione.
Come le pesche di Monate, paesino sul lago in provincia di Varese. Una golosità di pesche sciroppate che al momento sta vedendo i suoi produttori ridotti all’osso, con il pericolo che non vengano più prodotte.

Leggi anche: I prodotti De.Co su Informacibo

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